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Questo testo è un'opera di disvelamento che Oliver Sacks riesce a compiere tramite la messa in esposizione della storia dei sordi e delle sfide linguistiche che questi devono affrontare. Inoltre, per mezzo della constatazione dell'esistenza delle lingue segnate e delle comunità che le "parlano", il viaggio attraverso il mondo dei Sordi che l’autore conduce riesce a rilevare con chiarezza come dietro alla sordità si "celi" il Sordo. Un ottenimento importante che vale la lettura di un testo definito, in primis da chi lo bistratta, un classico-oramai.

 

Perchè occuparsi di sordità?

 

I sordi sono pochi, dunque quale utilità deriverebbe per i più, nell’approcciarsi alla questione Sorda, alla questione di una minoranza? Secondo Sacks i motivi per imbarcarsi nell’impresa o, quanto meno, per fuggire l’indifferenza sono principalmente due:

 

  1. Lo studio dei sordi ci mostra che in buona parte le nostre facoltà precipuamente umane – possedere un linguaggio, pensare, comunicare, creare una cultura – «non si sviluppano in modo automatico, non sono solo funzioni biologiche, ma hanno anche un[a ineludibile] origine sociale e storica» (p. 15). 

  2. L’esistenza di un linguaggio visivo, di una lingua in modalità visivo-gestuale, «e degli straordinari potenziamenti della percezione e dell’intelligenza visiva che ne accompagnano l’acquisizione, ci rivela che il cervello è ricco di possibilità che non avremmo mai immaginato, ci fa apprezzare la plasticità e le risorse quasi illimitate del sistema nervoso, dell’organismo umano, quando è posto di fronte al nuovo e deve adattarsi» (ivi).

 

Tuttavia, a mio avviso, tra le righe del testo emerge anche un terzo e più importante motivo: capire perché, come afferma Isabelle Rapin (1979), citata dallo stesso Sacks fin dalle prime pagine del libro, la sordità possa configurarsi come una forma di ritardo mentale curabile o meglio prevenibile. Questo è, in generale, un caso importante, degno di nota, per chiunque abbia interesse nello studiare il ruolo del linguaggio nella costituzione del pensiero; ma è ancor più interessante per coloro i quali appuntano la propria attenzione sul ruolo del linguaggio nello sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale dell'animale umano.

 

Sordità, linguaggio e pensiero

 

La «[...] relazione tra linguaggio e pensiero è appunto la questione più profonda, cruciale, che incontriamo quando consideriamo la sorte che aspetta, o che può aspettare, coloro che sono nati sordi, o che lo sono diventati in giovanissima età» (p. 30). Per questo motivo, gli unici soggetti di cui il libro tratti con sistematicità sono i sordi con ipoacusia prelinguistica severa e profonda. Per Sacks il loro problema solleva una questione della massima importanza, dal momento che «è solo attraverso il linguaggio che entriamo in pieno possesso della nostra umanità […], che acquisiamo e scambiamo informazioni» (p. 36). Con il termine umanità, Sacks fa esplicito riferimento alla capacità di accedere allo scambio di informazioni che, circolando entro lo spazio della relazione interumana, creano il contesto, il senso, il significato. In poche parole, la deprivazione sensoriale impedirebbe ai sordi di accedere alle informazioni cui tutti gli altri hanno accesso, e di ‘essere parlati’ dal Mondo degli Udenti - come lo chiama Lane (2005) -, ovvero di essere l’oggetto di enunciati del tipo “devi essere così per essere accettato” (Massoni, 2005 p. 14; Cfr. anche Cimatti, 2000).  Dunque, cosa succede nella mente di chi non può usufruire di questa possibilità? Qual’è la loro voce interiore? (p. 35)

 

Sordità come malattia mentale curabile, o meglio prevenibile

 

A detta di Sacks, in questi casi il soggetto può addirittura non essere in grado di sviluppare le proprie capacità intellettuali, fino ad apparire mentalmente deficiente (p. 37). Sordità come ritardo mentale curabile, o meglio prevenibile, dicevamo poco sopra. È, in effetti, per tale ragione che i sordi congeniti, i “sordomuti”, sono stati a lungo ritenuti degli idioti, e considerati da una legislazione miope come soggetti “incapaci" di ereditare, di sposarsi, di ricevere un’istruzione, di svolgere un lavoro non banalmente ripetitivo. E questo non si configura soltanto come il ricordo di un passato tanto lontano quanto vagamente oscuro e acerbo, pre-illuministico. Il neurologo britannico ci ricorda infatti di quanto siano contemporanei a noi casi del tutto similari a quelli dei tempi andati. È ancora molto diffuso il pregiudizio sulla base del quale si ritiene che l'ipoacusia non sia soltanto un'anormalità a carico di una struttura o di una funzione fisiologica e anatomica (Impairmant; Cfr. WHO 1980), quanto piuttosto una generica mancanza a livello fisico e mentale. Tuttavia, dalla sordità non associata ad altre patologie, dalla sordità in sé insomma, non consegue necessariamente un ritardo cognitivo, o problemi nello sviluppo emotivo e relazionale. Ciò che causa questa interrelazione, laddove si verifichi, è l'assenza di linguaggio, l'impossibilità di avere a propria disposizione una lingua (Bertone, Volpato 2012, pp. 560-569).

 

La lingua dei segni

 

Questo lo dimostra il caso dei sordi segnanti dalla nascita, capaci di esprimersi adeguatamente per età e sviluppo individuale attraverso i segni, indipendentemente dalla scarsa competenza nella lingua orale della comunità udente di riferimento.

 

Ciò che spinge Oliver Sacks a viaggiare attraverso il Mondo dei Sordi (Lane 2005) e a far proprie molte delle importanti rivendicazioni che in questo si agitano, è la constatazione di «quanti tra i sordi non acquisisc[a]no mai correttamente la facoltà di esprimersi – o di pensare», a causa della difficoltà di apprendere una lingua orale, una lingua che si sviluppa appoggiandosi al canale fonico-acustico, non integro nei sordi. I sordi non possono acquisire spontaneamente la lingua orale, devono sottoporsi ad anni (fino a una decina o oltre) di terapia logopedica, di apprendimento esplicito che si configura come una sorta di "allenamento" che non può mai essere pensato come indipendente dalla capacità residua uditiva del soggetto che si sottopone a terapia, dai margini di educabilità e dall'indole dello stesso. Oltre a ciò altre variabili sono in gioco, quali la pluralità di figure non necessariamente competenti che si occupano della riabilitazione del sordo: familiari, sanitari, insegnanti, educatori ecc (Aimar, Schlinder, Verbero, 2009). Nel frattempo, in quel lasso di tempo in cui la lingua orale non è adeguatamente acquisita, cosa succede? 

 

L’opzione bilinguista

 

A ciò si contrappone la scoperta di un gran numero di persone in grado di esprimersi con disinvoltura in lingua dei segni. Questa può essere appresa dal sordo in maniera spontanea, fin dalla nascita e può fungere da strumento di analisi e interpretazione dei fatti del mondo, perchè si configura come una lingua naturale a tutti gli effetti (la letteratura scientifica sul tema è oramai sterminata). Da ciò Sacks conclude che «Il linguaggio va insegnato e imparato al più presto possibile [...]; per i sordi profondi questo si può fare solo con i segni [...]. I bambini sordi devono essere per prima cosa esposti a persone che sappiano segnare con scioltezza» (p. 63). Dopodichè il bambino potrà imparare la lingua orale, a leggere e scrivere, dal momento che «Nulla indica che l’uso dei segni inibisca l’acquisizione della lingua orale; piuttosto è probabile il contrario» (ivi).

 

Erika Petrocchi

 

Oliver Sacks (1989) Vedere voci. Un viaggio nel mondo dei sordi. Milano: Adelphi, pp. 256.

 

Bibliografia e riferimenti

  • Elena Aimar; Antonio Schlinder; Irene Vernero (2009) Allenamento della percezione uditiva nei bambini con impianto cocleare. Milano: Springer
  • Carmela Bertone; Anna Cardinaletti (2009) Alcuni capitoli della grammatica della LIS. Atti dell'incontro di studio «La grammatica della Lingua dei Segni Italiana» (Venezia, 16-17 maggio 2007). Venezia: Libreria Editrice Cafoscarina
  • Carmela Bertone; Francesca Volpato (2012) Le conseguenze della sordità nell'accessibilità alla lingua e ai suoi codici. «Language Education», 1, pp. 549-80
  • Tommaso Russo Cardona; Virginia Volterra (2007). Le lingue dei segni. Storia e semiotica. Roma: Carocci
  • Maria Cristina Caselli; Simonetta Maragna; Laura Pagliari Rampelli; Virginia Volterra (1994) Linguaggio e sordità. Parole e segni per l'educazione dei sordi. Scandicci: La Nuova Italia
  • Maria Cristina Caselli; Simonetta Maragna; Virginia Volterra (2006) Linguaggio e sordità. Parole e segni nell'educazione dei sordi. Bologna: Il Mulino  
  • Maria Cristina Caselli (2014) Crescere con due lingue senza paura. «Psicologia dello sviluppo», 17, 3, pp.428-31
  • Cristiano Chesi (2006) Il linguaggio verbale non strandard dei bambini sordi. Roma: Eur
  • Felice Cimatti (2000) La scimmia che si parla. Linguaggio autocoscienza e libertà nell'animale umano. Torino: Bollati Boringhieri
  • Sabina Fontana (2017) Esiste la cultura Sorda? Una prospettiva decostruzionista. A cura di Francesco Calzolaio; Erika Petrocchi; Marco Valisano; Alessio Zubani (2017) In Limine. Esplorazioni attorno all'idea di confine. Venezia: Edizioni Ca'Foscari, pp. 233-252
  • Marco Mazzeo (2003) Tatto e linguaggio. Il corpo delle parole. Roma: Editori Riuniti
  • Erika Petrocchi (2017) Frontiere linguistiche tra "normale" e "patologico". Il caso della Lingua dei Segni Italiana. A cura di Francesco Calzolaio; Erika Petrocchi; Marco Valisano; Alessio Zubani (2017) In Limine. Esplorazioni attorno all'idea di confine. Venezia: Edizioni Ca'Foscari, pp. 205-232
  • Sara Trovato (2014) Ascoltare i sordi: differenza, costruzione sociale e integrazione. «Psicologia Clinica dello Sviluppo», 18, 3, pp. 462-5 
  • Uexküll, Jakob von [1934] (2013) Ambienti animali e ambienti umani. Una passeggiata in mondi sconosciuti e invisibili. A cura di Marco Mazzeo. Macerata: Quodlibet
  • Virginia Volterra (2004) Chi ha paura della lingua dei segni? «Psicologia dello Sviluppo», 17, 3, pp. 425-77
  • WHO, World Health Organization (1980) International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps. Ginevra:WHO

Pubblicato Monday 9 October 2017

Modificato Monday 5 November 2018


Erika Petrocchi

Erika Petrocchi

Nasce a Firenze il 19/06/1987. Dopo la maturità  scientifica si iscrive alla Facoltà  di Lettere e Filosofia, corso di Laurea in Lettere Moderne, Università degli studi di Firenze e nel frattempo si fa "spirito del [proprio] tempo"...




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