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Sordi o Sordomuti?

 

È indifferente parlare di "Sordi" o "Sordomuti"? No, e lo dimostra il fatto che la battaglia politica che i Sordi italiani conducono, ormai da decenni, per il riconoscimento della Lingua dei Segni Italiana (LIS), passa anche attraverso questo scontro di ordine lessicale.

 

La legge n. 95 del 20/02/2006

 

Secondo Giulia Petitta (2012), «La sordità va affrontata [...] come una questione di linguaggio non solo per i problemi di acquisizione, comprensione, esercizio e uso della lingua (parlata e, in molti casi, anche segnata), ma soprattutto come attenzione talvolta morbosa rivolta all'uso delle parole da parte della comunità Sorda e della comunità scientifica». È chiaro che, discutendo le scelte lessicali della comunità scientifica nello specifico e della comunità udente in generale, i Sordi desiderano mettere all'ordine del giorno la loro urgenza di autorappresentarsi. E questo, proprio a partire dalla scelta del termine con cui sarebbe più giusto per loro definire se stessi e la propria condizione.

 

La battaglia condotta dai Sordi, e appoggiata da parte della comunità scientifica (Cfr. Lettera aperta degli psicologi a sostegno della lingua dei segni italiana (LIS) e Per un pieno riconoscimento della Lingua dei Segni Italiana (LIS), ha portato alla promulgazione, in data 20 febbraio 2006, della legge n. 95. Tale legge, la Nuova disciplina in favore dei minorati uditivi, vieta l'uso del termine "sordomuto", ritenuto offensivo, e norma piuttosto l'impiego della parola "sordo", ritenuta politically correct. In buona sostanza, le alternative all'uso della parola "Sordo", perlomeno quelle più diffuse, non sono considerate adeguate, come termine di definizione, dalla comunità Sorda italiana:

  1. il termine "sordomuto" è ingannevole: i sordi non soffrono di mutismo, nè sono impossibilitati a parlare (leggere o scrivere) la lingua orale. Dalla sordità non consegue un'impossibilità, per l'apparato articolatorio, di funzionare adeguatamente. Al sordo manca soltanto il feedback acustico, ovvero la possibilità di udire l'input linguistico e "armonizzarsi" sullo stesso alla maniera della maggioranza udente.
  2. Il termine "non udente" non è affatto politically correct. Tale termine non è adeguato come definitorio della condizione dei sordi/Sordi, poiché si configura come una definizione in negativo piuttosto che in positivo.

 

Sordo o ipoacusico? Un ulteriore precisazione

 

È importante fare almeno qualche breve cenno anche sull'uso del termine "ipoacusico", parola esotica perché proveniente dal gergo clinico e dunque utile spesso per apparire super partes, quando si parla di sordità. Un interessantissimo articolo pubblicato sul sito Noisy Vision sostiene che, in realtà, neppure i termini "sordo" e "ipoacusico" possono essere trattati come sinonimi. Il termine ipoacusico, infatti, sarebbe da riferirsi a quei casi in cui la condizione di deficit uditivo risulta correggibile, in maniera soddisfacente, grazie all'impiego di protesi acustiche o impianto cocleare. Al contrario, il termine "sordo" descriverebbe la condizione dei sordi profondi, nel caso dei quali la perdita uditiva non risulta adeguatamente correggibile a seguito di protesizzazione o impianto. Il caso dei sordi profondi è inoltre peculiare in relazione al fatto che, il deficit di udito che corrisponde a questo grado di sordità - oltre i 90 dB -, non permette la percezione di alcun suono linguistico. Utilizzare una categorizzazione di questo tipo, anche solo a livello concettuale o in relazione a casi specifici, potrebbe in effetti aiutare a ridurre l'ambiguità della distinzione tra i vari tipi di sordità e fornire utili spunti di riflessione in relazione alla necessità o meno dell'utilizzo, in sede di riabilitazione linguistica, della lingua segnata fin dalla nascita, nei casi di sordità profonda.

 

Un problema terminologico è sempre un problema categoriale, ovvero politico 

 

Che tale questione terminologica abbia un valore non soltanto lessicografico lo dimostra il fatto che, questa stessa, possa divenire terreno di conflitto su un piano politico in senso lato. Per un verso abbiamo l'attenzione con la quale la comunità Sorda si occupa di legare a doppio filo la questione definitoria "chi sono i sordi?" alla battaglia per il riconoscimento della LIS a livello ufficiale ("che cos'è la LIS?). E questo perché la comunità Sorda aspira al riconoscimento che spetta alle minoranze con propria lingua madre, veicolo di storia, cultura e tradizioni precipue (Cfr. Lane, 2005). Del resto è ormai dato per acquisito, in ambito scientifico, il fatto che le lingue segnate sono lingue naturali a tutti gli effetti, paritetiche alle lingue orali. Tuttavia, per l'altro verso, abbiamo l'effettivo diniego, da parte del governo italiano, di riconoscere la LIS e dunque lo stato di minoranza "etnica" ai Sordi italiani. Se la questione non fosse rilevante da un punto di vista politico/gestionale, non avrebbe senso, da parte del governo, negare i risultati della ricerca scientifica sulle lingue segnate che esso stesso stesso provvede a finanziare. Ormai sono molti anni che sul territorio nazionale è attivo l'impegno, in questo senso, di enti quali università con corsi di laurea e programmi di ricerca dedicati o il CNR di Roma, solo per citarne alcuni.

 

Bibliografia e riferimenti

  • Harlane Lane (2005) Etnicità, Etica e il Mondo dei Sordi. Intervento alla conferenza internazionale Signa Volant, organizzata dall’Università degli Studi di Milano e dall’Università degli Studi di Milano-Bicocca (Milano, 24 giugno 2005).
  • Valentina Paoli (2011) I sordomuti non esistono. O sei sordo o sei ipoacusico. Alcune precisazioni. Noisy vision (http://www.noisyvision.org/it/2011/07/03/i-sordomuti-non-esistono-o-sei-sordo-o-sei-ipoacusico-alcune-precisazioni/) [16/02/2018]
  • Giulia Petitta (2012) Sordo, sordomuto e non udente.Bollettino di italianistica. Rivista di critica, storia letteraria, filologia e linguistica, 9, 2, pp. 171-183.

Pubblicato mercoledì 14 febbraio 2018

Modificato martedì 17 aprile 2018