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Uccidere su commissione, e a prezzi modici. Si tratta di una forma davvero peculiare di violenza, ennesima e sconcertante manifestazione dell'elevata aggressività intraspecifica dell'uomo. Di Battista ne tenta qui un'analisi a partire dal caso storico del sicariato in Centro America, ma con un piglio che non è meramente descrittivo. Pare l'autore ambisca a tracciare un'antropologia della violenza.

 

Non vi è antropologia che non sia rilevante politicamente, e non vi è azione politica che non presupponga un'antropologia, che non porti con sé una determinata visione dell'umano. Così scriveva, a ragione, Helmuth Plessner (Plessner [1931] 2006, cfr. anche 2010). Per questo chi come Di Battista tenta di delineare le cause storico-sociali di un fenomeno non può non sottendere una teoria di come sia fatto l'uomo, di quali siano le sue passioni e le strutture del suo comportamento. Come reagisce un individuo della nostra specie in questa o quella particolare situazione? Quali aspetti dell'umano vengono portati in alto rilievo da certe condizioni di vita, dai desideri che è possibile avere, dalle aspettative che è lecito farsi?

 

È probabilmente per questa ragione che il libro, nato per parlare del sicariato in alcuni paesi centroamericani, è speso quasi completamente nella delucidazione delle condizioni culturali ed economiche che ne costituiscono il brodo di coltura: «Il sicariato non è un virus arrivato con un asteroide da un pianeta lontano, gli assassini a pagamento sono un prodotto della società» (p. 34). L'analisi è informata, non ingenua, e l'autore cerca di narrare le vicende politico-sociali in maniera aderente, piedi a terra.

 

Quello che gli interessa è la ricerca delle cause, non degli effetti e tanto meno dello scoop. Non si tratta, per Di Battista, tanto di narrare un fatto, ma di capirlo nelle sue dinamiche storiche, nei rapporti materiali di potere che vi si trovano espressi. La domanda circa il cosa accade viene sempre sostanziata da quella sul come e sul perché. Questo giornalista improvvisato parla con la gente, cerca di condividerne le situazioni e le paure, prova a comprenderne passioni e le ragioni, e senza perdere mai d'occhio l'ampio spettro della politica internazionale. Mi pare ce ne sia abbastanza per perdonare all'autore la carenza di stile, le frasi melense e romantiche di cui di tanto in tanto è capace, le retoriche banali cui a volte ricorre. Il rischio se l'è preso in prima persona, si è avvicinato ai fenomeni, agli individui, alle lotte.

 

Ma il succo del volume si colloca dietro ai fatti, la cui mera delucidazione non soddisfa Di Battista. Pare avverta forte, in ciò, una chiara insufficienza di metodo. Il problema da cui la sua ricerca prende le mosse è infatti, ora lo si capisce, una questione che è ben più generale del fenomeno del sicariato, e che costituisce il portato teorico più interessante del libro: «Ma esisterà la cattiveria? Ci sono davvero uomini che nascono malvagi?» (p. 167).

 

Non conviene reagire disgustati dall'ingenuità di questa formulazione. Potremmo infatti tradurla in maniera un poco più sofisticata: gli uomini sono naturalmente pericolosi per i propri simili? Quanto c'è di vero, insomma, nell'adagio homo homini lupus? La risposta alla questione ha dato luogo ad alcune tra le più influenti antropologie politiche della modernità, da Thomas Hobbes a Carl Schmitt. Tendenzialmente, come nota Schmitt, è infatti dal modo in cui si considera la questione sulla "malvagità" o "bontà" dell'uomo che si differenziano poi le varie teorie delle istituzioni (Schmitt [1932] 1972, pp. 143-155). Il giurista tedesco e il filosofo inglese senz'altro ritenevano che sì, gli esseri umani sono assai pericolosi per i propri simili, e su questo assunto centrale hanno elaborato i loro modelli di istituzione: dal Leviatano allo Stato centrale.

 

Come si colloca Di Battista all'interno di questa disputa? Leggendo si ha la netta sensazione che, nonostante abbia visto e vissuto odori e situazioni disperanti, l'autore non cessi mai di nutrire una mal riposta fiducia nella natura umana. Una speranza di bontà e di giorni migliori, che pare dover venire affidata ad esseri umani i quali, posti nelle giuste condizioni (non è però dato sapere quali), sapranno fare a meno di ogni conflitto, di ogni sadismo. Di Battista mi pare debba perciò finire nel novero degli autori politici che hanno ritenuto l'uomo come fondamentalmente buono e non problematico, e contro i quali Carl Schmitt efficacemente ironizzava.

 

Il contraccolpo teorico è poi peraltro ancora peggiore della tesi principale, perché asserendo che gli uomini sono essenzialmente cooperanti e benevoli ci si pone nell'impossibilità di spiegare i terribili atti di cui sono invece ben capaci. In un attimo si arriva a idealizzare, accanto a un preteso "uomo buono", un "uomo malvagio" non meno inconsistenteÈ a questa griglia teorica inappropriata che si deve la mancanza di acume antropologico del libro, che arriva addirittura a fare del giovane Ernesto Guevara un mezzo pacifista (p. 205).

 

La questione circa le basi antropologiche della nostra aggressività, cui segue la teorizzazione delle nostre possibili forme di convivenza, è troppo grossa per questo libro di Di Battista, che la vede ma non l'afferra. Egli mantiene, seppure in maniera non del tutto convinta, una visione dell'uomo come diviso in due. Ma la nostra è una "insocievole socievolezza" (Kant [1795] 2007, p. 137), ed è perciò necessario non prediligere, in nessun caso, uno solo dei due poli, ma cercare di coglierne l'unità. Siamo un infante cronico (Bolk [1926] 2006), un essere cooperante perché conflittuale, estremamente pericoloso perché fortemente empatico.

 

In questa cornice, qualsiasi teoria dell'umano cerchi di separarlo in due porzioni (una altruista e benevola, l'altra egoista e sadica) è destinata a produrre modelli di istituzioni incapaci di gestire la nostra naturale aggressività. La problematicità dell'uomo, come la chiama Schmitt, non deve perciò essere negata per opporsi alla spoliticizzazione della comunità che egli propugna (solo il sovrano può decidere), ma deve essere assunta come presupposto di un'analisi che metta in rilievo, semmai, l'inadeguatezza della soluzione schmittiana (cfr. Virno 2010).

 

In ciò, questo libro di Di Battista può aiutarci solo una volta chiarito il fallimento del suo tentativo, il quale non riesce a fare che una scarsa presa sulla nostra costitutiva problematicità. L'autore il problema se lo pone, intravede l'insufficienza della propria tematizzazione, e in ciò sta la possibile utilità dei suoi argomenti rispetto a quelli di coloro che non sanno far di meglio che invitare a un generico rispetto dell'altro (Cassano 1989). L'analisi di Di Battista si conclude però con uno scacco, e la sua sospetta fiducia nell'umano ci indica piuttosto bene dove non guardare.

 

Marco Valisano

 

Di Battista, Alessandro [2012] (2014) Sicari a cinque euro. Vita e morte in Centro America. Adagio, pp. 264.

 

Bibliografia e riferimenti

  • Bolk, Louis [1926] (2006) Il problema dell'ominazione. A cura di Rossella Bonito Oliva. Roma: DeriveApprodi.
  • Cassano, Franco (1989) Approssimazione. Bologna: Il Mulino.
  • Kant, Immanuel [1795] (2007) Per la pace perpetua. La pace come destinazione etica e politica della storia dell'umanità. A cura di Maurizio Pancaldi. Roma: Armando.
  • Plessner, Helmuth [1931] (2006) Potere e natura umana. A cura di Bruno Accarino. Roma: Manifestolibri.
  • Schmitt, Carl [1932] (1972) Il concetto di "politico". In Id., Le categorie del "politico". A cura di Gianfranco Miglio e Pierangelo Schiera. Bologna: Il Mulino, pp. 101-208.
  • Virno, Paolo (2010) Il cosiddetto "male" e la critica dello Stato. In Id., E così via, all'infinito. Logica e antropologia. Torino: Bollati Boringhieri, pp. 149-194.

Pubblicato sabato 14 ottobre 2017

Modificato venerdì 10 novembre 2017


Marco Valisano

Marco Valisano

Nato a Firenze nel 1987, dopo anni persi spesi in varie facoltà universitarie ho conseguito una laurea triennale in storia nel luglio del 2013...




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