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Qual è la struttura della temporalità? Oppure: com’è fatto il tempo? Se così formulata la domanda guadagna in chiarezza, ma certo non perde di densità. Questione antica, buona per il filosofo perditempo di turno che, atteggiandosi gradasso, si balocca con facili conclusioni: il passato non è più, il futuro non è ancora, il presente fugge via innominabile, irraggiungibile… il tempo, signori, il tempo non esiste! Applausi compiaciuti di gente poco accorta fanno seguito. Cogliere in ogni sua piega la storicità della nostra esistenza non è roba cui attendere la domenica pomeriggio. In questo libro, già un po’ datato ma non invecchiato, Paolo Virno ce ne consegna la fatica. 

 

Déjà vu e fine della storia: il possibile ha la forma del passato

A chi legge, la suddetta fatica risulta come occultata da una prosa pulita e vivace. Ma non c'è da ingannarsi. Troppa carne al fuoco, troppa materia ben gestita perché possa, questo piccolo libro, avere avuto breve gestazione e facile resa. «Scopo preliminare di queste pagine è saggiare il rapporto tra teoria della memoria e filosofia della storia» (p. 11). Niente di meno. La prima delle tre parti del volume è occupata soprattutto da un confronto con le tesi di Bergson sul déjà vu, intrapreso a partire da un'intuizione che si mostra presto feconda: questo particolare fenomeno mnestico può fornirci ragguagli sulla struttura di quella diffusa tonalità emotiva dell'epoca nostra che è il sentimento di fine della storia. Tanto in questa Stimmung quanto nel déjà vu, l'evento in corso prende le fattezze annichilenti di uno già accaduto tempo addietro, in un momento imprecisato del "già stato". È in questo passato indefinito che, tanto per Virno quanto per Bergson, mette radici la dimensione logica del possibile. Secondo i due filosofi, infatti, il possibile ha la forma del passato, e solo per contraccolpo (seppur non occasionale) si staglia come orizzonte futuro. Nel seguito del libro Virno si fa carico di tutto il portato di una simile proposta.

 

Il rapporto potenza-atto e l'origine della storia

 

Già dal titolo della seconda parte si può apprezzare l'agilità e l'audacia di pensiero: «Temporalità della potenza, potenzialità del tempo». Eccoci infatti al nocciolo della questione cui accennavo poco sopra, al quale Virno arriva dopo il giro di ricognizione sul déjà vu e la chiara collocazione logica (ma non costipazione pratica) della dimensione del possibile in un passato indefinito. L'autore non nasconde certo la mano dopo aver lanciato un tale sasso (p. 52). La disamina del déjà vu non è stata che la preparazione e la messa in pulito prima d'iniziare la partita, la quale si gioca tutta attorno a ciò che ha già, più o meno esplicitamente, fatto capolino: si tratta ora di cogliere il particolare rapporto che intercorre tra il tempo storico e l'antica coppia potenza-atto. Righe dopo righe di densa argomentazione, in cui Virno prende in carico le indagini già svolte in proposito da Aristotele e Kant. Se il primo ha provato a rendere conto del rapporto potenza/atto pensandolo all'interno del decorso cronologico, l'altro ha identificato la regola intellettuale che ci consente di rappresentare la successione temporale nel concetto di causalità. Virno non è certo d'accordo, e acutamente utilizza i due autori per far chiarire all'uno le pecche dell'altro. Non è possibile, ci dice il nostro autore, render conto del rapporto potenza/atto scambiando la potenza per un certo atto passibile di attuazione (quel che fa Aristotele), né è praticabile il percorso che tenta di chiarire la temporalità facendo a meno di sobbarcarsi l'onere di una fitta analisi di quel rapporto (quel che, invece, fa Kant). La famigerata coppia non può esser colta solo nel tempo; non si può darle un ordine (prima la potenza, poi l'atto) solo secondo cronologia. E questo per un buon motivo: la nozione di tempo, laddove resa primigenia, non ha molto da dirci sul rapporto potenza/atto, in quanto è la nozione stessa di tempo storico a presupporre quel rapporto. Questo non cade nella storia, perché della storia è la scaturigine; non sta nel tempo, perché del tempo è la matrice; non è storico, perché è storicizzante.

 

Per una critica materialistica: lo sfruttamento della potenza

 

Virno non si esime infine, nella terza e ultima parte del libro (dal titolo quantomai eloquente: «Materialismo storico»), dall'analizzare quanto già detto alla luce del concetto marxiano di forza-lavoro. Questo comprende infatti tutte le disposizioni psico-fisiche dell'individuo, dunque un che di potenziale. La potenza, come Virno ha già chiarito pagine addietro, nei sapiens fa tutt'uno con le loro facoltà, ovvero con quel sostrato naturale che fornisce la condizione di possibilità di ogni "adesso". Ecco allora cosa, oggi, il processo produttivo prende in carico e sfrutta, che cosa viene "messo al lavoro": la nostra facoltà di linguaggio, la nostra neotenia (Mazzeo 2016), la nostra creatività e capacità di cambiare, l'intero nostro fisiologico poter-essere (Bolk [1926] 2006; Melandri 1968). La posta in gioco delle lotte politiche è perciò, oramai, la vita degli umani in quanto tale. È qui, in questa difficile piega, che un certo «materialismo di grana grossa» (p. 133) non ritiene di dover andare a controllare; è qui, nella modulazione storica di ciò che sempre permane e che mai muta (nelle facoltà dei sapiens, o anche, ché per Virno è lo stesso, nella metastoria) che si dovrebbe andare a spulciare per comprendere il rapporto fra storia e metastoria, fra mutamenti storico-sociali e natura umana. Ma non voglio qui complicare ulteriormente un quadro già composito e di difficile messa a fuoco, e vi lascio volentieri con le ultime parole di questo splendido libro; forse riusciranno loro a gettare una maggior luce sulla ratio che lo ha posto in essere: «È diventata semplicemente inconcepibile una prassi storica che non debba confrontarsi da presso con l'intreccio duraturo di preistoria [facoltà, potenza, non-ora] e attualità (ossia con la condizione che rende possibile la storia stessa). Inutile dire che ciò vale in primo luogo per la prassi intenzionata a imbastire una critica intransigente del capitalismo» (p. 141).

 

Marco Valisano

 

Paolo Virno (1999) Il ricordo del presente. Saggio sul tempo storico. Torino: Bollati Boringhieri, pp. 162. 

 

Bibliografia e riferimenti

Pubblicato sabato 22 ottobre 2016

Modificato mercoledì 14 febbraio 2018


Marco Valisano

Marco Valisano

Nato a Firenze nel 1987, dopo anni persi spesi in varie facoltà universitarie ho conseguito una laurea triennale in storia nel luglio del 2013...




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