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Nelle nostre reminiscenze scolastiche, alla voce "Rivoluzione industriale", è probabilmente rimasta un'immagine: quella di una donna, grembiule di massaia indosso, seduta davanti a un telaio e intenta a produrre articoli commerciali su commissione di una fabbrica vicina. Si tratta per noi di un fotogramma arcaico, di un pezzo d'antiquariato. Ma Tania Toffanin, in questo libro, stacca quella donna dallo sfondo tardo settecentesco in cui l'avevamo relegata e ce la mostra ancora là, al suo posto, più di due secoli dopo. Il lavoro femminile a domicilio ha infatti, da allora, ricoperto sempre un ruolo centrale all'interno della produzione capitalistica, in quanto eminente punto d'incontro tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo.

 

Lavoro produttivo e lavoro riproduttivo

 

Una postilla iniziale è forse utile, perché i due concetti di cui sopra risultano essenziali alla comprensione del problema:

 

  1. per lavoro produttivo si intende quel lavoro utile alla produzione di merci, in senso molto generale. Riconosciuto socialmente in quanto lavoro, esso dà vita all'intera gamma di beni e servizi che vengono scambiati sul mercato;
  2. il lavoro riproduttivo, al contrario, non è socialmente riconosciuto in quanto lavoro (e dunque non è affatto stipendiato). Esso consta di tutto quell'insieme di attività necessarie alla riproduzione della vita, tanto dal punto di vista biologico (parto e nutrimento) che dal punto di vista sociale (educazione della prole, cura della casa). 

 

Al contrario del lavoro produttivo, quello riproduttivo non produce merci in senso generico, ma è incaricato della produzione di quella particolare merce che prende il nome di forza-lavoro (definita, con Marx, come «l'insieme delle attitudini fisiche e intellettuali, che esistono nella corporeità, nella personalità vivente di un uomo, e che egli mette in moto ogni qual volta produce valori d'uso di qualunque genere»; Marx [1867] 2009, p. 261; cfr. anche Mazzeo 2016). Si tratta di un'attività, insomma, produttrice di valore di scambio, e però non pagata. Inoltre, come si vede, mentre il primo tipo di lavoro viene ad oggi, grossomodo, ripartito equamente tra i sessi (lavoriamo tutti), il secondo risente di un forte sbilanciamento verso quello femminile. Ed ecco, dunque, delinearsi la questione. Iniziamo ad addentrarci.

     

Il contesto italiano e il decollo del made in Italy

 

Oggetto privilegiato di questo libro sono precisamente le modalità in cui questi due tipi di attività si sono intrecciati nel caso del lavoro femminile a domicilio. L'autrice porta avanti l'analisi attraverso una disamina del contesto italiano, con particolare attenzione ad alcune specifiche aree produttive: Campania, Sicilia, Toscana, e soprattutto il distretto calzaturiero della Riviera del Brenta. Si tratta di aree che hanno avuto un ruolo centrale negli anni del decollo del made in Italy. Toffanin non manca di raccontare le iniziative statali che hanno presieduto alla nasicta di questo marchio di qualità, così come non sottace dello sfruttamento che è risultato utile alla sua affermazione su scala mondiale (cfr. Paton, Lazazzera 2018).

 

Il lavoro a domicilio non è un "fenomeno"

 

Nonostante il contesto studiato sia abbastanza specifico non manca mai, da parte dell'autrice, un inquadramento più generale, che cerca d'intendere di quali dinamiche storiche il caso studiato sia, appunto, caso. Questo sguardo ampio assegna un preciso ruolo al lavoro a domicilio: non “fenomeno” legato a un certo grado dello sviluppo capitalistico, ma articolazione strutturale di quello sviluppo. E infatti questa attività apparentemente arcaica è riuscita ad attraversare indenne i più sconvolgenti mutamenti industriali; e a tutt'oggi sopravvive, specie fuori dall'Europa Occidentale (cfr. Toffanin 2018). Le politiche di delocalizzazione hanno, sì, reso meno convenienti le lavoranti a domicilio italiane (di cui comunque ancora le industrie si avvalgono), ma in compenso ne hanno create moltissime in altre parti del mondo, a ulteriore testimonianza della centralità strutturale di questo tipo di lavoro.  

 

Funzionalità del lavoro a domicilio

 

Il lavoro a domicilio risulta infatti assai utile al perseguimento di alcuni importanti obiettivi padronali:

 

  1. abbattimento dei costi di produzione. Questo obiettivo viene raggiunto attraverso il pagamento a cottimo e l'esternalizzazione degli investimenti in macchine da lavoro (sono le lavoranti a doversele comprare);
  2. dispersione e segregazione della forza-lavoro all'interno delle abitazioni, cosa che rende estremamente difficile l'azione sindacale; 
  3. divisione degli interessi delle lavoranti a domicilio da quelli degli operai di fabbrica, con conseguente difficoltà da parte dei due gruppi nell'organizzare, di concerto, azioni poltiche e rivendicazioni salariali; 
  4. maggiore flessibilità lavorativa. Questa è valutabile anzitutto in termini di orario di impiego: le lavoranti a domicilio possono lavorare anche la notte. In secondo luogo, con questo sistema è possibile avviare produzioni semi-artigianali, di nicchia e che stiano dietro alle frenetiche esigenze della moda, senza però che la fabbrica sia costretta a ristrutturare ogni volta la propria filiera produttiva.

 

Il lavoro a domicilio si presta bene tanto ai piani industriali di lungo periodo quanto all'agilità del just in time post-fordista.

 

Un supporto ideologico: il discorso patriarcale

 

Su questa disamina del processo produttivo poggiano le considerazioni dell'autrice sul supporto ideologico rappresentato dall'egemonia del discorso patriarcale. Le donne devono stare in casa e svolgervi le mansioni verso le quali sarebbero naturalmente portate (cura dei familiari, mantenimento della casa), e non potrebbero perciò trovare migliore attività remunerativa del lavoro a domicilio. Il punto è di enorme rilievo. È qui, infatti, che si situa l'intreccio, tenacemente misconosciuto, tra questa forma lavorativa e il più generale lavoro di riproduzione sociale svolto dalle donne. Lavorando a domicilio, queste non solo vendono la propria forza-lavoro a una paga da fame, ma, in quanto donne, svolgono i lavori di cura, contribuendo così a generare forza-lavoro maschile da impiegare in fabbrica. E questo, s'intende, a titolo del tutto gratuito e come espressione massima della loro femminilità.   

 

Conclusione: quindici ore al giorno di lavoro sottopagato

 

Alla fine di questo libro, il quadro risulta chiaro: le lavoratrici a domicilio sono doppiamente sfruttate, tanto dalla fabbrica che dà loro lavoro quanto dal ruolo di donne di casa che sono costrette a ricoprire. L'una forma di sfruttamento alimenta l'altra, e produzione e riproduzione vanno così a comporre circa quindici ore al giorno di lavoro sottopagato. L'inquietante funzionalità di questo intreccio ci parla della necessità, mai abbastanza ribadita, di unire la critica marxiana dell'economia politica al grande filone di pensiero femminista.

 

Marco Valisano

 

Tania Toffanin (2016) Fabbriche invisibili. Storie di donne, lavoranti a domicilio. Verona: Ombre Corte, pp. 223.

 

Bibliografia e riferimenti

Pubblicato Thursday 1 November 2018

Modificato Thursday 27 December 2018


Marco Valisano

Marco Valisano

Nato nel 1987, laureato in storia nel 2013 e in scienze delle religioni nel 2017, adesso sono dottorando dell'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia e sto portando avanti un progetto in antropologia filosofica e teoria delle istituzioni.




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