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Ecco qua quello che viene spesso chiamato un “romanzo”, un classico della letteratura italiana, di quelli che si leggono d'obbligo al liceo. E, intendiamoci, non a torto. Solo sarebbe opportuno affrontare questo libro di Carlo Levi in una maniera differente, più accurata e filosoficamente impegnata. Perché in queste pagine l'autore non si è affatto limitato a far della letteratura, e anzi credo questa neanche fosse la sua intenzione. Egli ci ha offerto piuttosto un vivido ritratto dell'umano, delle sue strane logiche, nonché un fermo immagine di alcuni “effetti collaterali” causati dallo sviluppo dello stato italiano. Siamo insomma davanti a un testo politico e antropologico. Due argomenti che mai dovrebbero andare discosti, e che qui stanno giustamente intrecciati come anelli di una catena.

 

Al confino

 

L'antefatto è assai noto. Levi si trova spedito al confino in Lucania nel 1935, dopo aver aderito a “Giustizia e libertà”, il movimento antifascista di Carlo e Nello Rosselli. Dopo un primo periodo di permanenza a Grassano viene costretto a trasferirsi nel più piccolo paese di Gagliano (p. 3). È soprattutto qui che Levi fa esperienza diretta e assidua del rapporto vigente tra lo stato italiano e quelle povere periferie, così come dei modi di vita dei signori e dei contadini lucani; è qui che conosce quel misero mondo di privati rancori e persistente magia stregonesca, con le sue pratiche e convinzioni comuni. Insomma, è qui che l'autore fa profonda esperienza di un'altra grammatica di vita, propria di questi piccoli, scuri, malarici eredi dei briganti; di una grammatica in perenne attrito con quella di Roma.

 

Sopraffazione politica e distanza culturale

 

L'origine di questo attrito è, per lo meno, duplice:

 

  • dal punto di vista strettamente politico, i contadini lucani vivono la presenza dello stato alla stregua di una occupazione forzosa, di un dominio esercitato con la violenza al fine di drenare più risorse possibili da quelle povere terre;
  • dal punto di vista più latamente culturale, questa occupazione viene perpetrata da uomini di un altro mondo, di un'altra realtà; da individui le cui vite si muovono attivamente nel tempo e nello spazio. Per i contadini lucani le esistenze cittadine di questi figli dello stato etico hegeliano risultano incomprensibili, e viceversa.

 

Vediamo più da vicino entrambi gli aspetti.

 

Una politica di dominio e drenaggio di risorse

 

Per i contadini lucani Roma è la capitale di un altro mondo, tanto distante quanto opprimente. Lo stato italiano è per loro la concrezione materica di un sopruso inevitabile, di una forza irresistibile. È Roma che vessa le schiene contadine, sguinzagliando esattori per quelle malariche e sterili campagne (pp. 27-28; p. 214); è Roma che ammazza i cafoni impedendo a Levi di esercitare la pratica medica (p. 208); è Roma che impone una tassa salata sulle capre per proteggere campi e pascoli che in Lucania non esistono, costringendo così i contadini a uccidere le proprie bestie facendo a meno di latte, carne, formaggio (pp. 42-43); è Roma che investe d'autorità il podestà di Gagliano, portavoce delle glorie romane e inetto maestro delle scuole elementari del paese, da cui gli alunni escono senza saper neanche leggere (p. 40); ed è quindi sempre Roma che avvicina intimamente i contadini di Lucania a Carlo Levi: «Sei un esiliato?», dicono infatti all'autore, intendendo “confinato”, «Oh, qualcuno ti ha voluto male» (p. 71). Il torinese è vittima della medesima potenza che stringe loro alla gola. Potenza trascendente e terrestre a un tempo, forza maligna che abita le cose del mondo in maniera inesorabile.

 

Una distanza culturale apparentemente incolmabile

 

La dominazione politica di Roma, infatti, non è leggibile in termini di mera sopraffazione economico-politica. Lo stato italiano non è semplicemente un nemico giuridico, o un ente gerarchicamente superiore secondo un diritto umano. Quantomeno, non è solo questo. Roma è una delle incarnazioni del soprannaturale destino che tutti attanaglia, una delle tante manifestazioni terrestri della forza impietosa del mondo. Come la morte, la malattia e l'amore, come l'invidia che genera il malocchio, come la siccità che brucia di sole i volti contadini. L'universo di Gagliano prolifera di potenze sotterranee che, con naturalezza a noi apparentemente incomprensibile, vivono tra la gente influenzandone condotta e costumi. Questo è il registro emotivo delle esperienze vissute in paese, esperienze magiche e come fuori dal tempo. È assolutamente normale, per i contadini di Lucania, che una persona possa avere due madri, di cui una non umana (pp. 103-104); è normale che i sogni facciano parte a pieno titolo della vita allo stato di veglia; è normale che il tempo storico si converta in un tempo mitologico, in cui i fatti si perdono in associazioni che hanno sempre il sapore della contemporaneità, della simultaneità, e che il passato rimanga un indefinito “un tempo” mentre il futuro si sciolga in un irraggiungibile “mai”. Il paese è popolato da presenze fantasmatiche e però del tutto reali, da diavoli, angeli, madonne e monachicchi (spiriti di bambini morti senza battesimo). I miti e gli spiriti sono una presenza effettiva, a Gagliano. Almeno tanto quanto lo è il podestà del paese, figura assai più maligna di qualsivoglia satiro caprino.

 

Un quadro dal sapore coloniale

 

Dominio territoriale e differenza delle forme di vita compongono un quadro dal sapore coloniale. "Quelli di Roma", come li chiamano i contadini, sono, anzitutto, "cristiani", laddove cristiano «vuol dire, nel loro linguaggio, uomo» (p. 2). Non come loro dunque, poveri cafoni, che sono come bestie, bestie da soma, e che sono perciò costretti a sopportare, dei cristiani, «il peso e il confronto» (Ibid.). Il peso, perché Roma domina e impone le sue leggi che qua, pur avendo vigore, non hanno senso; il confronto, perché le forme di vita cittadine sono più riuscite, più umane, più attive ed attrezzate di quelle dei contadini. È in questo senso che la frase che dà il titolo al libro acquisisce tutto il suo senso, compendiando attriti politici e differenze culturali: Cristo si è fermato a Eboli.

 

Levi oggi: Gagliano e Roma come paradigmi

 

La Gagliano di Levi sembra un fenomeno storico-sociale collocato in un “allora” che fu. Un tempo, saremmo tentati di dire, vi erano comunità la cui relazione con il potere centrale si esauriva in forme di controllo e di dominio; un tempo vi erano agglomerati di uomini diversi, troppo diversi per forme di esistenza e grammatica di vita, che vivevano di autonome pratiche e di autonomi linguaggi abitando enormi sacche di miseria ed emarginazione. Ma già porre la questione in questi termini generali dà uno scossone al nostro rassicurante presente. Dovunque una rete di potere produce impoverimento, vi è una Gagliano; dovunque si generano comunità di linguaggi cifrati e un cerchio ristretto di pratiche comuni, vi è una Gagliano; dovunque è presente una gerarchia priva di senso per chi vi è sottoposto, vi è una Gagliano; dovunque vi è un ordine spacciato come legittimo che riesce a porre se stesso solo creando disperate sacche di disordine, la Roma e la Gagliano di Levi, tristemente, ancora vivono. Vivono nello stato di abbandono dei paesi Appenninici, nelle banlieue parigine, nei campi rom, nelle periferie che ospitano, di notte, la forza-lavoro che popola i negozi dei centri urbani durante il giorno. E Levi ha ragione: non ci possiamo aspettare che sia lo stato, che sia Roma, a risolvere il problema, «per la ragione che quello che noi chiamiamo problema [...] non è altro che il problema dello Stato» (pp. 236-237). Le Gagliano esistono non perché Roma a Gagliano manchi e sia assente, non perché insomma non faccia il suo lavoro, bensì perché Roma vive e svolge perfettamente il suo compito. 

 

Che fare? Il manifesto di Levi

 

E allora, che fare? Vale la pena lasciare il lettore con gli argomenti di Levi, che illuminano meglio di qualunque altro passaggio la principale ragione per la quale l'autore si è messo a scrivere il libro. È a partire da queste righe che il testo, infatti, prende vita divenendo un manifesto antropologico-politico che può esserci utile anche oggi. Discutibile, certo: ma pur sempre tale. Il resto è letteratura.

Bisogna che noi ci rendiamo capaci di pensare e di creare un nuovo Stato, che non può più essere né quello fascista, né quello liberale, né quello comunista, forme tutte diverse e sostanzialmente identiche della stessa religione statale. Dobbiamo ripensare ai fondamenti stessi dell’idea di Stato: al concetto d’individuo che ne è la base; e, al tradizionale concetto giuridico e astratto di individuo, dobbiamo sostituire un nuovo concetto, che esprima la realtà vivente, che abolisca la invalicabile trascendenza di individuo e di Stato. L’individuo non è una entità chiusa, ma un rapporto, il luogo di tutti i rapporti. Questo concetto di relazione, fuori della quale l’individuo non esiste, è lo stesso che definisce lo Stato. Individuo e Stato coincidono nella loro essenza, e devono arrivare a coincidere nella pratica quotidiana, per esistere entrambi. Questo capovolgimento della politica, che va inconsapevolmente maturando, è implicito nella civiltà contadina, ed è l’unica strada che ci permetterà di uscire dal giro vizioso di fascismo e antifascismo. Questa strada si chiama autonomia. Lo Stato non può essere che l'insieme di infinite autonomie, una organica federazione. […] Ma l'autonomia del comune rurale non potrà esistere senza l'autonomia delle fabbriche, delle scuole, delle città, di tutte le forme della vita sociale. Questo è quello che ho appreso in un anno di vita sotterranea (pp. 239-240).

 

Marco Valisano

 

Carlo Levi (1945) Cristo si è fermato a Eboli. Torino: Einaudi, pp. 253.

 

Bibliografia, riferimenti e suggerimenti di lettura

Pubblicato Saturday 1 September 2018

Modificato Wednesday 24 July 2019


Marco Valisano

Marco Valisano

Nato nel 1987, laureato in storia nel 2013 e in scienze delle religioni nel 2017, adesso sono dottorando dell'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia e sto portando avanti un progetto in antropologia filosofica e teoria delle istituzioni.




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