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Déjà vu e fine della storia

 

Ne Il ricordo del presente Paolo Virno effettua una succinta ed efficace ricognizione teorica delle tesi di Henri Bergson sul fenomeno mnestico del déjà vu, espresse in un articolo pubblicato per la prima volta nel 1908 e poi inserito nella raccolta di saggi bergsoniani L'énergie spirituelle. Che non si tratti solo di un vezzo o di un esercizio di stile lo testimonia la posta in palio: si tratta infatti di comprendere la particolare inibizione all'agire che trova espressione in questo diffuso fenomeno mnestico, cercandovi dei ragguagli su di una tonalità emotiva altrettanto pervasiva del nostro tempo come quella di "fine della storia". Nel déjà vu, infatti, tutto è già deciso, tutto è già accaduto, e non è possibile fare alcunché. Si sa già, nonostante l'ignoranza presente di ciò che accadrà nell'istante successivo, che qualsiasi cosa ci si presenterà avrà le fattezze del già vissuto, e in luogo di agire siamo agiti da qualcosa.

 

Ricordo del presente e falso riconoscimento

 

Alla base dell'analisi di Bergson sta l'idea che il momento presente, per poter essere ricordato, debba già da subito darsi a noi nella forma di un ricordo, un ricordo del presente. L'istante attuale è dunque colto attraverso due modalità, quella del presente percepito e quella del presente ricordato. Quest'ultima, in quanto eminentemente superflua, durante l'azione viene subordinata alla prima, potendo però ad ogni istante venire in primo piano in virtù della sua fisiologica necessità. È in questi casi che l'utile ricordo del presente si perverte in un falso riconoscimento, il déjà vu, in cui si crede di ri-conoscere ciò che al contrario si conosce solo ora.

 

Ipertrofia della virtualità: il possibile è già stato

 

Virno accoglie la tesi di Bergson, il quale colloca la dimensione di ciò che è possibile non nel presente percepito ma nel presente ricordato («mossa ribalda e controintuitiva»). È così che il filosofo napoletano può rivestire l'ambito della possibilità delle fattezze di un passato indefinito, tracciando poi una linea che unisce la tonalità emotiva di fine della storia all'ipertrofia della virtualità. Il nostro tempo sarebbe caratterizzato dalla tonalità emotiva del finire, dunque, non perché le possibilità si siano esaurite (il che è piuttosto un contraccolpo ingannevole, non causa ma causato), ma al contrario perché la dimensione del possibile ha subito una vertiginosa ipertrofia, paralizzando ogni azione, ogni visione, ogni racconto. Ecco un quadro perspicuo, una cornice teorica in grado di farsi carico contemporaneamente di eventi a noi contemporanei e apparentemente sconnessi quali la mercificazione delle facoltà (potenziali) della specie (sulle quali spicca la forza-lavoro) e il diffuso déjà vu che ci parla in continuo e che ci agisce, rendendoci apatici di fronte a un mondo in cui tutto è già stato fatto, in cui ogni partita è già conclusa.

 

Marco Valisano

 

 

Bibliografia e riferimenti

Pubblicato Thursday 10 November 2016

Modificato Saturday 27 October 2018


Il ricordo del presente. Saggio sul tempo storico

Il ricordo del presente. Saggio sul tempo storico

Qual è la struttura della temporalità? Oppure: com'è fatto il tempo? Questione antica, e non banale se appena la si prende sul serio. Se solo si coglie la decisiva definizione dell'uomo come essere storico.