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Pubblichiamo qui l'introduzione scritta da Gilles Deleuze alla sua opera del 1955 Istinti e istituzioni (ed. a cura di Ubaldo Fadini e Katia Rossi. Milano; Udine: Mimesis 2014, pp. pp. 29-33). Grassetti, paragrafazione e titolazione sono a cura nostra. In fondo alla pagina abbiamo aggiunto, per chi fosse interessato, dei suggerimenti di lettura. 

 

La soddisfazione delle tendenze

 

Ciò che si definisce un istinto, ciò che si definisce un'istituzione, designano essenzialmente dei procedimenti di soddisfazione. Talvolta, reagendo per natura a degli stimoli esterni, l'organismo trae dal mondo esterno gli elementi di una soddisfazione delle proprie tendenze e dei propri bisogni; questi elementi formano, per i diversi animali, dei mondi specifici. Talaltra, istituendo un mondo originario tra le proprie tendenze e l'ambiente esterno, il soggetto elabora dei mezzi di soddisfazione artificiali che liberano l'organismo dalla natura e lo sottomettono a qualcos'altro, e che trasformano la tendenza stessa introducendola in un ambito nuovo; è vero che il denaro libera dalla fame, a condizione d'averne, e che il matrimonio rende superflua la ricerca di un partner, sottomettendo ad altri compiti. Vale a dire che ogni esperienza individuale presuppone, come un a priori, la preesistenza di un ambito nel quale è condotta l'esperienza, ambito specifico o ambito istituzionale. L'istinto e l'istituzione sono le due forme organizzate di una soddisfazione possibile. Che nell'istituzione la tendenza si soddisfi è indubbio: nel matrimonio la sessualità, nella proprietà l'avidità. Si potrebbe opporre l'esempio di istituzioni come lo Stato, alle quali non corrisponde alcuna tendenza. Ma è chiaro che simili istituzioni sono secondarie, che esse presuppongono già dei comportamenti istituzionalizzati, che invocano un'utilità derivata propriamente sociale, al quale trova in ultima istanza il principio da cui essa deriva nel rapporto del sociale con le tendenze.

 

Istituzione: un sistema organizzato di mezzi di soddisfazione

 

L'istituzione si presenta sempre come un sistema organizzato di mezzi. È proprio questa, d'altronde, la differenza tra l'istituzione e la legge: quest'ultima è una limitazione delle azioni, mentre la prima è un modello positivo di azione. Contrariamente alle teorie della legge che pongono il positivo al di fuori del sociale (diritti naturali) e il sociale nel negativo (limitazione contrattuale), la teoria dell'istituzione pone il negativo al di fuori del sociale (bisogni) per presentare la società come essenzialmente positiva, inventiva (mezzi originari di soddisfazione). Una tale teoria ci darà infine dei criteri politici: la tirannia è un regime in cui vi sono molte leggi e poche istituzioni, la democrazia un regime in cui vi sono molte istituzioni e pochissime leggi. l'oppressione si manifesta quando le leggi raggiungono direttamente gli uomini e non le istituzioni preliminari che garantiscono gli uomini.

 

L'istituzione non si spiega con la tendenza

 

Ma se è vero che la tendenza soddisfa nell'istituzione, l'istituzione non si spiega con la tendenza. Gli stessi bisogni sessuali non spiegheranno mai le molteplici forme possibili del matrimonio. Il negativo non spiega il positivo, né il generale il particolare. Il "desiderio di stuzzicare l'appetito" non spiega l'aperitivo, poiché vi sono mille altri modi possibili di stuzzicare l'appetito. La brutalità non spiega affatto la guerra; eppure essa vi trova il suo mezzo migliore. Ecco il paradosso della società: noi parliamo di istituzioni quando ci troviamo davanti a dei processi di soddisfazione, che non scatenano e non determinano la tendenza intenta a soddisfarsi – non più di quanto la spieghino le caratteristiche della specie. La tendenza è soddisfatta attraverso mezzi che non dipendono da essa. Inoltre, non lo è mai senza essere costretta o vessata e trasformata, sublimata. Fino a rendere possibile la nevrosi.

 

Utilità dell'istituzione

 

Ben di più, se il bisogno non trova nell'istituzione che una soddisfazione indiretta, "obliqua", non è sufficiente affermare "l'istituzione è utile", bisogna ancora domandare: a chi è utile? A tutti coloro che ne hanno bisogno? Oppure ad alcuni (classe privilegiata) o soltanto a coloro che fanno funzionare l'istituzione (burocrazia)? Il problema sociologico più profondo consiste dunque nel cercare quale sia quest'altra istanza da cui dipendono direttamente le forme sociali della soddisfazione delle tendenze. Riti di una civilizzazione; mezzi di produzione? Quale che sia, l'utilità umana è sempre altra cosa che un'utilità. L'istituzione ci rimanda a un'attività sociale costitutiva di modelli di cui non siamo coscienti e che non si spiega attraverso la tendenza o l'utilità, poiché invece quest'ultima, come utilità umana, la presuppone. In questo senso, il prete, l'uomo del rituale, è sempre l'inconscio del fruitore.

 

La differenza con l'istinto

 

Qual è la differenza con l'istinto? Qui, nulla supera l'utile, salvo la bellezza. La tendenza era soddisfatta indirettamente dall'istituzione, lo è direttamente dall'istinto. Non vi sono proibizioni, coercizioni istintive, di istintivo non ci sono che le ripugnanze. Questa volta è la tendenza stessa, sotto forma di un fattore fisiologico interno, che fa scattare un comportamento qualificato. E, probabilmente, il fatto interno, sempre uguale a se stesso, non spiegherà come scateni invece dei comportamenti differenti nelle differenti specie. Ma ciò vuol dire che l'istinto si trova all'incrocio di una duplice causalità, quella dei fattori fisiologici individuali e quella della specie stessa – ormoni e specificità. Dunque, ci si domanderà in quale misura l'istinto possa rapportarsi soltanto al mero interesse dell'individuo: in tal caso, al limite, non bisognerebbe più parlare d'istinto, ma di riflesso, di tropismo, di abitudine e di intelligenza. Oppure l'istinto si può comprendere soltanto nel quadro di un'utilità della specie di un bene della specie, di una finalità biologica primaria? "A chi è utile?" è una questione che qui ritroviamo, ma il suo senso è cambiato. Sotto il suo duplice aspetto, l'istinto si presenta come una tendenza lanciata in un organismo con reazioni specifiche.

 

Il problema: come si dà la sintesi tra istituzione e tendenza?

 

Il problema comune all'istinto e all'istituzione è sempre questo: come si fa la sintesi della tendenza e dell'oggetto che la soddisfa? L'acqua che bevo, in effetti non assomiglia agli idrati di cui manca il mio organismo. Più l'istinto è perfetto nel suo ambito, più appartiene alla specie, più sembra costituire una potenza di sintesi originaria, irriducibile. Ma, più è perfettibile, e dunque imperfetto, più è sottomesso alla variazione, all'indecisione, più si lascia ridurre al solo gioco dei fattori individuali interni e delle circostanze esterne, – più lascia spazio all'intelligenza. Ora, al limite, come potrà una tale sintesi, che dà alla tendenza un oggetto che le conviene, essere intelligente, nonostante che essa implichi, per essere realizzata, un tempo che l'individuo non vive, delle prove alle quali egli non sopravviverebbe?

 

L'istituzione ha matrice intersoggettiva, l'intelligenza è cosa sociale

 

Bisogna ritrovare l'idea che l'intelligenza è cosa sociale più che individuale, che essa trova nel sociale l'ambiente intermediario, il terzo ambiente che la rende possibile. Qual è il senso del sociale in rapporto alle tendenze? Integrare le circostanze in un sistema di anticipazione, e i fattori interni in un sistema che regola il loro apparire, sostituendo la specie. È certo il caso dell'istituzione. È notte perché si va a dormire; si mangia perché è mezzogiorno. Non ci sono tendenze sociali, ma soltanto dei mezzi sociali di soddisfazione delle tendenze, mezzi che sono originari poiché sono sociali.

 

L'uomo non ha istinti, realizza delle istituzioni

 

Ogni istituzione impone al nostro corpo, anche nelle sue strutture involontarie, una serie di modelli, e dà alla nostra intelligenza un sapere, una possibilità di previsione e di progettazione. Ritroviamo la seguente conclusione: l'uomo non ha istinti, egli realizza delle istituzioni. L'uomo è un animale che si sta spogliando della specie. Inoltre, l'istinto tradurrebbe le urgenze dell'animale e l'istituzione le esigenze dell'uomo: l'urgenza della fame diviene nell'uomo la rivendicazione di avere del pane. In definitiva, il problema dell'istinto e dell'istituzione sarà colto al suo culmine, non nelle "società" animali, bensì nei rapporti tra l'uomo e l'animale, quando le esigenze dell'uomo si affermano sull'animale integrandolo nelle istituzioni (totemismo e addomesticamento), quando le urgenze dell'animale incontrano l'uomo, sia per metterlo in fuga o per attaccarlo, sia per ottenere nutrimento e protezione.

 

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Pubblicato Monday 30 October 2017

Modificato Saturday 27 October 2018