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L'analisi del motto di spirito può fornirci importanti ragguagli sulla struttura dell'azione innovativa. È questa l'ipotesi centrale del libro di Paolo Virno, già espressa a chiare lettere nel prologo. Una battuta, infatti, suscita il riso scostandosi dal modo usuale di dire le cose, giocando con l'ambiguità semantica e sintattica dei nostri discorsi. Siamo di fronte a un comportamento verbale che non si lascia disciplinare nel "da dirsi", e che è capace di creare qualcosa di nuovo e di mai pensato prima. Insomma: il caso studio promette bene.

 

Motto di spirito e sfera pubblica

 

Virno inizia la propria ricognizione da un testo di Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio, che rimarrà interlocutore di riguardo fino alla fine del volume. L'autore ci tiene però da subito a precisare che la sua analisi del motto sarà spiccatamente non-freudiana, e niente verrà detto in queste pagine che abbia a che fare con l'inconscio o la dimensione onirica (p. 10). Il motto, negli intenti di Virno, deve infatti assurgere a paradigma per la comprensione dell'azione nella sfera pubblica, la quale non tollera privatezze psichiche di sorta. Anche Freud, peraltro, afferma che per il darsi di un motto non sono sufficienti due individui, ma è necessaria una terza persona che, dispensata tanto dallo sforzo di essere autrice dell'arguzia quanto da quello di esserne oggetto, può riderne (p. 18-19). È la dimensione sociale che risiede in noi e nei nostri modi d'essere che, di fronte a una battuta, ride di gusto.

 

Giocare con gli éndoxa

 

La "terza persona" in grado di ridere dell'arguzia è la degna rappresentante di quella sfera impersonale che gli individui incorporano e modulano in modi d'essere singolari (cfr. de Martino [1958] 2000). Il motto prende le mosse da questa cornice di tacite regole sociali, revocandola in dubbio. Secondo un esempio di Freud che Virno riporta: un signore decaduto e senza un soldo chiede una somma in prestito a un conoscente; il giorno dopo questi trova il beneficiario del prestito al ristorante, davanti a un piatto di salmone con maionese: 

«"A questo dunque serviva il mio denaro?" "Proprio non la capisco - risponde l'accusato. - Se non ho denari, non posso mangiare salmone con  maionese. Se ho denari, non devo mangiarne. Ma allora, quand'è che riuscirò a mangiare salmone con maionese?"» (p. 25).

Quelli che per Aristotele sono gli éndoxa, ovvero le opinioni condivise e inquestionabili, sono l'oggetto ludico privilegiato del motto.

 

Il motto al crocevia tra proposizioni grammaticali e proposizioni empiriche

 

La dialettica tra éndoxa e presa di parola irriverente trova una delucidazione particolarmente efficace nella distinzione di Wittgenstein tra proposizioni grammaticali e proposizioni empiriche. Le prime compongono in silenzio il mondo delle convinzioni durevoli di una certa forma di vita: "ho due mani", "il sole sorge ogni mattina", "l'acqua bagna". In nessun modo giudicabili secondo l'ordine del vero e del falso, esse sono piuttosto lo sfondo sul quale è possibile stabilire una qualsivoglia verità o falsità. Le seconde, invece, trovano il loro senso e il loro criterio di verità all'interno della cornice tracciata dalle prime. Ma ogni proposizione non è niente più che una proposizione, e tra grammatica ed empiria vi è un ponte costante che fa scivolare le asserzioni dall'uno all'altro campo. Per questo asserzioni un tempo grammaticali oggi risultano del tutto empiriche, e viceversa: "Dio esiste", "la donna è inferiore all'uomo", "masturbarsi è peccato", "gli antenati ci guardano", "ce lo chiede l'Europa". Il motto di spirito, prendendosi gioco delle ovvietà costituite, «fomenta senza ritegno l'indiscernibilità tra proposizioni grammaticali e proposizioni empiriche» (p. 53). Altro esempio freudiano:

«Un signore entra in una pasticceria e ordina una torta; subito dopo però la restituisce e chiede in cambio un bicchierino di liquore. Lo beve e fa per andarsene senza pagare. Il padrone lo ferma. "Che vuole da me?" "Deve pagare il liquore". "Ma se le ho dato in cambio la torta!" "Già, ma la torta non l'ha mica pagata". "Già, ma non l'ho mica mangiata"» (p. 66).

 

Motto di spirito e sofismi

 

La rimessa in discussione degli éndoxa e del piano grammaticale passa per una battuta umoristica o, come Virno mostra a dovere, per una rimodulazione sofistica del discorso. Una delle tesi più interessanti del libro è infatti che le risorse logico-linguistiche cui attinge il motto sono esattamente le stesse di cui si avvalgono gli stratagemmi retorici criticati da Aristotele nelle sue Confutazioni sofistiche. Un sofista può infatti sostenere che, se si asserisce che "5 è 2 e 3", ciò significa che "5 è 2 e 5 è 3" (p. 66; Aristotele 1955, 166 a 34-36). Ciò che rende possibile una osservazione tanto contraria al senso comune è l'ambiguità semantica e sintattica del nostro linguaggio, nella quale il sofista si trova a proprio agio. Per chiarire la parentela del sofisma con il motto Virno si spende in una precisa categorizzazione dei modi dell'arguzia, che è anche una sistematizzazione dei principali sofismi (pp. 61-69). Il sofisma poco sopra riportato, ad esempio, ("se 5 è 2 e 3 allora 5 è 2 e 5 è 3") si avvale di una fallacia per divisione, perché interpreta come diviso ciò che invece viene asserito in senso composto. Ecco il motto che gli corrisponde:

«Lo Schadchen [il sensale] sta difendendo dalle rimostranze del giovanotto la ragazza che gli ha proposto. "La suocera non mi piace" - dice il giovanotto, - "è una donna stupida e cattiva". "Ma Lei non sposa la suocera, Lei vuole la figlia". "Sì, ma non è più tanto giovane e non si può certo dire che abbia un bel viso". "E che importa? Se non è né giovane né bella, tanto più le sarà fedele". "Quanto ai soldi, poi, non è che abbondino". "E che c'entrano i soldi? Sposa forse i soldi Lei? È una moglie quella che vuole". "Ma è anche gobba!" "Ebbene, che cosa pretende? Non deve avere nemmeno un difetto?"» (p. 66; Freud MdS, p. 85).

Tanto il motto quanto il sofisma consistono in una fallacia argomentativa che però, a date condizioni pragmatiche, cessa di essere una fallacia per diventare un grimaldello capace di scardinare gli éndoxa e di ridiscutere la grammaticalità di una proposizione (cfr. anche Mazzeo 2017). 

 

Regola e applicazione, ovvero dell'ambiguità dell'agire

 

Nell'analisi di Virno, però, il motto di spirito non si limita a rappresentare una strategia eminente per il ribaltamento del piano del discorso, ma si configura come paradigma per l'agire in generale. Ciò che l'autore affida all'arguzia è niente meno che una prima delucidazione della struttura della decisione. Tanto le nostre azioni più trite e usuali quanto le più straordinarie innovazioni sono infatti frutto di una decisione. Non bisogna illuderci che la nostra prassi abitudinaria prenda forma attraverso l'applicazione univoca di una regola data, quasi avesse origine in un "istinto applicativo" (cfr. Uexküll [1934] 1967). E questo per un buon motivo: tra regola e applicazione vige logicamente uno iato incolmabile. Nessuna norma, infatti, dice fino in fondo quali siano i propri criteri applicativi:

«Una regola sta lì, come un indicatore stradale. - Non lascia adito ad alcun dubbio circa la strada che devo prendere? mi dice in quale direzione devo procedere quando l'ho oltrepassato? Se devo proseguire per la strada, o prendere per il viottolo, o andare attraverso i campi? Ma dove sta scritto in quale senso devo seguire quel segnale?» (Wittgenstein [1953] 2014, § 85, p. 49).

Sarebbe vano cercare l'applicazione univoca di una norma, perché saremmo costretti a una corsa a ritroso senza fine: sarebbe necessaria una norma che regoli l'applicazione delle norme sottostanti, ma poi ci sarebbe bisogno di una ulteriore norma che regoli l'applicazione di questa super-norma, e così via (pp. 52-53; cfr. Mazzeo 2013). Il motto è, in questa cornice, una forma particolarmente innovativa del decidere, che tronca il regresso all'infinito alla ricerca della norma delle norme istituendo da se stesso la propria norma

 

Il sapore eversivo di un motto

 

Alla fine di questo volumetto diventa possibile intendere la politicità dell'ironia, tanto di quella amara e rassegnata che di quella dal sapore meravigliosamente eversivo. In conclusione mi spendo direttamente io, perciò, in un paio di esempi; 

  • del primo tipo risultano adagi popolari quali "cambiano i cazzi ma i culi son sempre i nostri", "il potere logora chi non ce l'ha", o il verso di Guccini "la vita, che buffa cosa, ma se lo dici nessuno ride"; 
  • del secondo tipo abbiamo un esempio recente che stava scritto su di un muro dell'Atene in rivolta contro le politiche d'austerità europee: "Stop saving us".

Il riso che segue una battuta è perciò prezioso: è ciò che indica l'inizio della riuscita di una rivolta. Una roba seria, ma davvero non seriosa.

 

Marco Valisano

 

Paolo Virno (2005) Motto di spirito e azione innovativa. Per una logica del cambiamento. Torino: Bollati Boringhieri.

 

Bibliografia e riferimenti

  • Aristotele (1955) Confutazioni sofistiche. In Organon. A cura di Giorgio Colli. Torino: Einaudi, pp. 1005-1030.
  • Ernesto de Martino [1958] (2000) Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria. Introduzione di Clara Gallini. Torino: Bollati Boringhieri. 
  • Sigmund Freud [1905] (2011) Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio. A cura di Nelly Cappelli. Milano: BUR. 
  • Marco Mazzeo (2013) Melanconia e rivoluzione. Antropologia di una passione perduta. Ariccia (RM): Editori Internazionali Riuniti. 
    • (2017) Il sofista nero. Muhammed Ali oratore e pugile. Roma: DeriveApprodi.
  • Jakob Johan von Uexküll [1934] (1967) Ambiente e comportamento. Trad. di Paola Manfredi. Milano: Il Saggiatore.
  • Ludwig Wittgenstein [1953] (2014) Ricerche filosofiche. Trad. di Mario Trinchero. Torino: Einaudi.

Pubblicato giovedì 21 dicembre 2017

Modificato mercoledì 10 gennaio 2018


Marco Valisano

Marco Valisano

Nato a Firenze nel 1987, dopo anni persi spesi in varie facoltà universitarie ho conseguito una laurea triennale in storia nel luglio del 2013...




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