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Non c’è maggior torto che si possa fare a questo lavoro di de Martino che ritenerlo materia per folkloristi appassionati o tradizionalisti nostalgici. A dispetto del titolo, infatti, il succo del volume non è il resoconto etnografico di un uso arcaico come la lamentazione funebre, ma una originale teoria della singolarità e della storia. Individuazione dell’individuo e tempo storico: queste sono le architravi dell’opera, ed è bene averlo chiaro. Solo, come ogni architrave che si rispetti, non sono cosa messa in mostra. Ci vuole un pelo d’occhio.

 

De Martino è famoso come etnologo e, al più, come storico delle religioni. Ma è  stato anche, e forse soprattutto, un filosofo di notevole spessore. Non è frequente venga considerato tale, e la lettura che qui propongo risulterà a dir poco eterodossa. Non è questo il luogo per curarsene, ma è bene saperlo.

 

Con la teoria della singolarizzazione del pianto contenuta in Morte e pianto rituale il nostro autore entra di diritto nel novero di coloro che hanno dedicato qualche pensiero alla vexata quaestio del principio di individuazione, alla riflessione su cos’è che rende individuale e irripetibile un individuo o un’azione. La faccenda non è peregrina, se si pensa che i nostri gesti e l'ordine dei nostri pensieri sono in larga misura irriflessi, automatici. Essi trovano il loro fondamento in quella che per Heidegger è la dimensione del Si: si dice così, si pensa così, si va in vacanza così, si mangia così, e così via (Heidegger [1927] 1979). Dove risiede dunque la singolarità dell'individuo, se questa sfera dell'impersonale si insinua fin dentro il suo più intimo agire?

 

Si tratta di un problema con il quale de Martino non cesserà mai di confrontarsi, e che negli ultimi scritti verrà messo a tema ben più esplicitamente (de Martino [1977] 2002, 2005). All'altezza di Morte e pianto rituale possiamo però già rintracciare alcuni importanti risultati della sua ricerca. Contrariamente a Heidegger, il quale valutava la dimensione del Si come una sfera inautentica dell'esserci, per de Martino essa non è qualcosa da cui gli esseri umani possono in realtà mai fuoriuscire. È pertanto al suo interno che è necessario cercare la nostra singolarità, ciò che ci fa individui.

 

Non vi è, per il filosofo napoletano, un sostrato impersonale dell’agire e poi un’azione singolare che gli si aggiunge, né vi sono una miriade di atti individuali e autonomi i quali danno poi vita a un contesto impersonale attraverso la loro interazione. Il singolo si fa modulatore irripetibile di ogni stereotipia socialmente istituita, eproprio qua sta la sua individualità. Se si tiene ben fermo questo quadro e se ne traggono le dovute conseguenze teoriche, ne viene che l’individuo non è ciò che sfugge all’impersonale, né è un autonomo creatore di se stesso. L'individuo è una maniera, un modo d’essere.

 

Non sono queste le parole che usa de Martino, ma rappresentano perfettamente il portato teorico del suo procedere. Si faccia lo sforzo di leggere con questa lente le considerazioni sul lamento funebre lucano, sulla sua funzione soterica durante la crisi del cordoglio, e la prima architrave di cui sopra si farà visibile. L’esistenza di una dimensione impersonale consente la sua rimodulazione individuale, di modo da condurre, durante la crisi, a una singolarizzazione del pianto e del dolore. La ritualizzazione sterotipata di si-fa-così storico sociali sarebbe ciò che permette di passare dal si piange a questo mio pianto, imponendo l’esistenza singolare nella forma non di una rottura con l’impersonale si-fa-così, bensì di una sua incessante ripresa (p. 95; cfr. anche de Martino 1956, p. 35).

 

Di seguito, viene la delucidazione del secondo architrave. In questo libro, la singolarizzazione avviene in un momento in cui per così dire se ne sente il bisogno. La circostanza presa ad oggetto è infatti quella del lutto, circostanza intuitivamente critica dell'esistere nella quale la nostra presenza a noi stessi (il nostro singolarizzarci) si smarrirebbe portandoci sull'orlo dell'abisso. Questo smarrimento dell'esserci si tradurrebbe in uno stallo del tempo storico: la nostra coscienza rimarrebbe polarizzata in un suo particolare contenuto, rendendo impossibile il suo farlo passare e facendoci passare con esso.

 

Le tecniche di singolarizzazione sono allora anche delle tecniche che, permettendoci di trascendere il momento presente, temporalizzano la nostra esperienza attraverso la ripetizione stereotipata dei moduli. Questa ripetizione, fingendo di fermare la storia, ne consente sempre di nuovo la ripresa. Essa consente di ricomprendere la successione incontrollata delle percezioni in una sintesi unitaria, in un Io che si compone anzitutto della percezione di una successione.


 

Se però questi sono i veri nuclei tematici dell'opera, è giusto segnalare che il suo generale impianto risulta a conti fatti insufficiente a darne conto. In Morte e pianto rituale, infatti, tanto la singolarizzazione quanto la temporalizzazione dell'esperienza devono giocoforza passare per una crisi esistenziale occasionale, della quale sarebbero una risoluzione. In questo modo, però, de Martino si impedisce di dar conto di questi fenomeni nella loro ordinarietà non critica. Quali atti esistenziali, quali tecniche, stanno insomma alla base del nostro quotidiano esserci in un'esperienza storica?

 

L'autore non mancherà di rilevare questo stallo, ma non perciò abbandonerà il modello dialettico di crisi e riscatto della presenza. Solo inizierà, almeno sin da La terra del rimorso, a pensare questa crisi come permanente. Più che di tecniche di risoluzione inizierà perciò implicitamente a parlare di dispositivi quotidiani di gestione; e più che di occasionale stallo di un esserci già da sempre dato, dei modi ordinari e pervasivi di costituzione di quest'esserci. Dovrà insomma spiegare non perché una presenza individuale in una storia data entri in crisi, ma come sia possibile, a fronte di una crisi antropologica permanente, che una presenza si dia.

 

Ma qua andremmo necessariamente oltre il dovuto, verso gli ultimi anni dell’autore. Anni densi e tormentati, che vedranno la chiusura delle indagini etnografiche, la ripresa delle radicali tematiche de Il mondo magico e la riapertura del confronto con l’analitica esistenziale di Essere e tempo. Siamo già a La fine del mondo.

 

Marco Valisano

 

De Martino, Ernesto [1958] (2000) Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria. Introduzione di Clara Gallini. Torino: Bollati Boringhieri, pp. 387.

 

Bibliografia e riferimenti

 

Pubblicato sabato 7 ottobre 2017

Modificato mercoledì 11 ottobre 2017


Marco Valisano

Marco Valisano

Nato a Firenze nel 1987, dopo anni persi spesi in varie facoltà universitarie ho conseguito una laurea triennale in storia nel luglio del 2013...




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