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A volte fa bene farsi il sangue amaro. Per lo meno è utile. Si fa presto, infatti, a rimanere sbigottiti di fronte alla pochezza di un'argomentazione, o dinanzi alle magiche e concettose torsioni discorsive del mediocre di turno. È invece compito ben più complesso farsi strada attraverso quelle parole contorte per scovarne le nevrosi, i passi incerti o contraddittori. Una entrata a gamba tesa che necessita di una certa perizia, la stessa che riteniamo manchi al nostro obiettivo polemico. Vado qui, pertanto, a provarmici. Questo libro di Pacaut ne fornisce una ghiotta occasione. 

 

Il volume qui presente va inserito senza tentennamenti tra quelle produzioni accademiche pensate per venire affibbiate a studenti che si pensano, di default, completamente disinteressati o, peggio, non troppo svegli. La produzione manualistica, si sa, di rado è interessante, mai entusiasmante. Spesso, peraltro, sottilmente partigiana (per un esempio, si veda la nostra recensione a Marazzi 2010). Pacaut si mantiene fedele a questa opaca tradizione, ma in maniera davvero goffa, manifestando da subito le proprie intenzioni. A pagina 10 scrive infatti che è molto «difficile, per lo storico, sondare gli individui sin nelle più intime fibre», e che dunque lo stigma della vocazione monastica rischia di rimanere elemento di complicata messa a fuoco; si profonde poi, contrariamente a quanto appena detto, in enunciati assai poco dubitativi che mirano a rendere inquestionabile lo sfondo del suo discorso: «di fatto è sicuro» che il religioso risponde a un «profondo desiderio» di aiutare i propri fratelli, con «ardore di carità». Ma insomma, conclude, a conti fatti le ragioni della scelta monastica «restano confuse e difficili da precisare, anche per l’interessato», ovvero il monaco. Dunque? Sembra che non abbia le idee chiare, il nostro autore. Perché prima asserisce che si accinge a difficili valutazioni e poi le snocciola senza un briciolo di giustificazione documentale? 

 

Si tratta di una excusatio non petita, e come da copione vi si cela una accusatio manifesta. L'impresa è improba, ci assicura, e spera gli si perdoneranno gli inevitabili errori che commetterà nella prova. Ma in verità, a giudicare dalla scioltezza di giudizio che manifesta, si ha tutta l'impressione desideri occultare che il compito non gli sia costato poi molto. Ammesso e non concesso che sia lecito, allo storico, sondare «fin nelle più intime fibre» le persone che furono, è giusto richiedere quel minimo di indagine d'archivio utile alla ricostruzione della rete di potere-sapere in cui quegli individui erano presi. Come ci ricorda Hawthorn, «to reconstruct the intentions of others [...] presuppose the project in and for which these intentions were the intentions they were» (Hawthorn, p. 254). In Pacaut non vi è, in questo senso, nessuna ricostruzione, e i suoi pronunciamenti sulle intenzioni diventano atti di assoluto e inconfutabile arbitrio. E come lo si potrebbe contraddire? Come argomentare il contrario quando si spinge a parlare di quelle che ritiene siano state le intenzioni di Bendetto da Norcia, le sue volontà, i suoi sentimenti (pp. 36-37)? Chi, infatti, può dire di conoscere tutto ciò? O ancora, con che prove dire il contrario quando Pacaut scrive della «autentica pietà» che spinse Guglielmo, duca d'Aquitania e conte di Mâcon, alla fondazione di quello che sarà il potente monastero di Cluny (p. 100)? Il volume è pieno di queste agili e ingiustificate conclusioni, per le quali non è certo stato necessario (checché ne dica Pacaut) impegnarsi in difficili ricostruzioni storiche. 

 

L'origine di una tale agilità di valutazione è senz'altro da ascriversi alla logica che domina questo autore; una logica piatta e conformista, che lo soggioga e lo spossessa (Bourdieu docet), e che prorompe potente (perché malcelata) da ogni pagina. È come scavasse svogliatamente in un passato che, per puro preconcetto, conosce già. E infatti nel libro, a dispetto di una documentazione storica che ci racconta spesso tutt'altro, i monaci sono per Pacaut sempre persone innocenti e pie, devote e incorruttibili. Quando non è così (raramente), i loro costumi sono denotati come "decaduti", ma sfugge rispetto a quale precedente epoca d'oro. Le narrazioni agiografiche sono sempre accettate come fossero riproduzioni fedeli delle vite di questo o quel personaggio. A volte, persino queste stesse narrazioni vengono epurate da quei motivi che oggi risulterebbero problematici, se non scandalosi (esempio eclatante è l'edulcorazione che opera della figura di Domenico di Gúzman, p. 249). Ardore della vocazione, pietà e carità sono i protagonisti, storicamente ingiustificati, che riempiono ogni pagina.

 

Pacaut non pone domande ai testi che consulta. Non si preoccupa neanche della pure chiaramente attestata riproduzione delle gerarchie sociali mondane all'interno dei monasteri; accenna sfuggevole, come se non avesse importanza alcuna nell'economia della "santità" monastica, al fatto che questi pii aggregati di monaci erano, assai spesso, delle vere e proprie strutture produttive, delle considerevoli potenze commerciali. Niente. La sincerità dei discorsi che i monaci fanno su se stessi non viene mai messa in dubbio. Un po' come scrivere la biografia di qualcuno prendendo, come unica fonte, la sua autobiografia.

 

Il volume non manca di coerenza, ma la cosa non fa onore all'autore. Tale coerenza gli è infatti conferita da un'idea preconcetta, riassumibile in una parola chiave: "monachesimo". Si tratta di un oggetto astratto, una categoria analitica, un universale che comprenderebbe in sé, come ogni universale, tutti gli eventuali casi particolari. Presupporre un fenomeno (di durata millenaria e tuttavia omogeneo) chiamato "monachesimo", permette di unificare sotto il medesimo comun denominatore esperienze storiche tra loro davvero eterogenee. Ma si tratta, come si capisce, di un'astrazione utile allo storico ingenuo o al potente di turno (strana coincidenza), e che non è certo rappresentativa della situazione storica di cui pretende di parlare.

 

La designazione del fenomeno come un tutto unitario, infatti, è successiva al suo dispiegarsi storico. Ne viene un principio di metodo storico inaggirabile: il passato non va spiegato attraverso il futuroPacaut si disinteressa bellamente di questa regola basilare mostrando con ciò un radicale disinteresse per il contesto storico, il quale ovviamente non poteva risentire dell'influenza di ciò che, secoli dopo, sarebbe successo. Siamo davvero molto lontani dalle lezioni di metodo di Foucault, e non è una novità. Ma, fosse anche solo per dovere d'ufficio, da uno storico ci si aspetterebbe coscienza del problema.E invece nulla. Così facendo, l'autore costringe moltissimi contesti storici nella povera prospettiva di uomo del suo tempo. Pacaut è a tutti gli effetti il preteso oservatore "oggettivo" «che, rivolto ad interpretare delle pratiche, tende a importare nell'oggetto i princìpi della propria relazione con esso» (Bourdieu 2005, p. 46).

 

Siamo stracolmi, aveva ragione Gramsci, di convinzioni ingiustificate, di sedimenti antichi, cataste d'oggetti usati che ci ritroviamo nell'armadio della coscienza senza beneficio d'inventario. Occorre fare preliminarmente, in itinere e dopo, un tale inventario. Chiaramente Pacaut è lontano da simili questioni, e ci consegna un volume stantio, che nel migliore dei casi puzza di "già visto". Tutto quello che già credevamo di sapere eccolo lì. Non ci viene consegnato nessun viaggio oltre il comune e usato buon senso. A questo libro di Pacaut e alla logica che lo possiede si possono ben riferire queste parole di Adrienne Rich, indice d'accusa puntato contro queste pagine così sottomesse: «We need to know the writing of the past, and to know it differently than we have ever known it; not to pass on a tradition, but to break its hold over us» (cit. in Koleve 1998, p. 1014).

 

Marco Valisano

 

Pacaut, Marcel [1970] (1989) Monaci e religiosi nel Medioevo. Trad. di Jacob Catalano. Bologna: Il Mulino, pp. 347.

 

Bibliografia e riferimenti

  • Bourdieu, Pierre [1980] (2005) Il senso pratico. Trad. di Mario Piras. Roma: Armando.
  • Foucault, Michel [1969] (1999) L'archeologia del sapere. Trad. di Giovanni Bogliolo. Milano: BUR.
  • Gramsci, Antonio [1948-1951] (2007) Quaderni del carcere. Volume secondo. A cura di Valentino Gerratana. Torino: Einaudi.
  • Howthorn [1976] (1994) Enlightenment and Despair. A History of Social Theory. London; New York; New Rochelle; Melbourne; Sidney: Cambridge University Press.
  • Koleve, V. A. (1998) Ganymede/Son of Getron: Medieval Monasticism and the Drama of Same-Sex Desire. In «Speculum», vol. 73, n. 4, pp. 1014-1067.
  • Marazzi, Antonio (2010) Antropologia dei sensi. Da Condillac alle neuroscienze. Roma: Carocci.
  • Pricoco, Salvatore (2003) Il monachesimo. Bari: Laterza.
  • Squarcini, Federico (2012) Forme della norma. Contro l'eccentricità del discorso normativo sudasiatico. Firenze: Società Editrice Fiorentina. 

Pubblicato domenica 25 giugno 2017

Modificato mercoledì 1 marzo 2017


Marco Valisano

Marco Valisano

Nato a Firenze nel 1987, dopo anni persi spesi in varie facoltà universitarie ho conseguito una laurea triennale in storia nel luglio del 2013. Non contento di aver raggiunto simile traguardo vicino all'età pensionabile ...


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