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Trattare questo libro come fosse solo un resoconto etnografico sarebbe una grossa disattenzione, o al peggio il sintomo di una malcelata malafede. Ernesto de Martino, infatti, affida a queste pagine la delucidazione di un tassello fondamentale all'interno del suo percorso speculativo, un percorso che si snoda attorno al concetto di "crisi della presenza". Se ne Il mondo magico e in Morte e pianto rituale il dramma dell'essere-nel-mondo era ancora circoscritto a date situazioni critiche dell'esistere, in questo volume non è più così. La crisi assume un rilievo antropologico di prim'ordine, e si fa permanente.

 

Il tarantismo come disfunzione culturalmente indotta

 

Oggetto di questo lavoro demartiniano (e della sua équipe) è il fenomeno del tarantismo salentino. Siamo nel 1959. A causa del morso di un ragno mitico, la "taranta", i soggetti cadevano vittima di crisi periodiche durante le quali erano costretti a ballare, a volte per giorni, al fine di guadagnarsi la grazia di San Paolo e dunque la guarigione. La natura di queste crisi non era però chiara. Lo psichiatra che de Martino aveva portato con sé nel Salento, Giovanni Jervis, scrive nella prima appendice al volume che i casi di tarantati da lui esaminati non potevano essere classificati sotto nessuna chiara denominazione psichiatrica, e che in nessun modo la malattia poteva derivare da provate disfunzioni fisiologiche. Piuttosto, scrive Jervis, il concetto che meglio fa presa sui cicli di crisi e di riscatto dei tarantati è quello di "nevrosi". Ma si tratta di un concetto-limite, perché non denota un conflitto tra una pulsione naturale (come quella sessuale) e un dettame sociale ("non si fa"), bensì un contrasto tra due pulsioni culturalmente indotte (pp. 287-306).

 

Da risoluzione di una crisi occasionale a gestione di una crisi cronica

 

Le conseguenze di questo quadro psichiatrico sono, per la cornice teorica demartiniana, davvero notevoli: non è più possibile parlare di una crisi che naturalmente erompa (ad esempio in occasione di un lutto, come in Morte e pianto rituale), e che verrebbe solo poi risolta da dispositivi culturali (come il rito della lamentazione funebre). Si è invece, col tarantismo, davanti a una situazione critica tanto culturalmente indotta quanto culturalmente risolta. O meglio: gestita. Vi erano infatti soggetti che dal tarantismo erano affetti da anni, e che da anni si sottoponevano alla periodica cura della danza. Tendenzialmente i balli si concentravano nel mese di giugno, quando era prescritto che si svolgesse la processione presso la cappella di San Paolo a Galatina, ma non era raro che potenti crisi avessero luogo, per così dire, fuori stagione. De Martino era davanti a una crisi che non conosceva tempo, e che veniva solo a stento gestita e circoscritta secondo precisi dispositivi culturali. Ne La terra del rimorso, differentemente dai volumi demartiniani precedenti, occasionale non è la crisi della presenza, ma la sua risoluzione. La crisi diviene lo sfondo continuo dell'esistere, ne delinea la struttura più intima. "Crisi", insomma, non è il nome di una circostanza storica, ma quello di una categoria esistenziale.  

 

Dare forma alla crisi

 

La presenza umana si staglia adesso in maniera chiara su di uno sfondo perennemente critico. Viviamo come sull'orlo di un abisso, e i dispositivi culturali non possono salvarci definitivamente da questa condizione antropologica. Possono però mantenerci in equilibrio, dando una forma storicamente plausibile a un rischio angoscioso e senza nome. La messa in forma funziona in maniera omeopatica, cioè prende in carico la crisi come tale e ne chiarifica il pericolo; dopodiché, gli stessi dispositivi culturali che hanno messo a tema la crisi le forniscono una provvisoria risoluzione. La gestione del crollo dell'esserci è di natura dialettica. Il soggetto cade in preda a crisi variamente classificabili, si lascia prendere dall'angoscia, e il suo riscatto inizia dando un nome alla crisi. La persona dirà: sono tarantato, ecco cos'ho. Mentre di primo acchito una simile asserzione pare essere la presa d'atto della presenza della malattia, a ben guardare si capisce presto che dare un nome alla crisi è già l'inizio della guarigione.

 

Crisi permanente: crisi fisiologica?

 

Ma a questo punto una domanda si impone, una domanda alla quale de Martino inizierà a rispondere solo negli scritti usciti postumi: di cosa è fatta questa crisi? La teoria demartininana, già a chiare lettere espressa in Morte e pianto rituale, della crisi come polarizzazione della coscienza in uno dei suoi contenuti, non pare in grado di rendere conto dell'abisso cui siamo costantemente esposti. Ne La terra del rimorso, infatti, la crisi non è legata a nessuna circostanza rintracciabile, è potenzialmente sempre presente, viene gestita e mai risolta fino in fondo da dispositivi culturali. Insomma, si tratta di una crisi che potremmo chiamare addirittura a-storica, fisiologica. Un dramma siffatto deve trovare il suo luogo proprio in ciò che, a dispetto della varietà dei contesti storico-sociali, non ha subito mutamenti di sorta dal Cro-Magnon in qua: il corpo dei sapiens. Il rovinoso crollo dell'esserci diventa così il presupposto di ogni presenza storica, la quale consta di una in-formazione di questa crisi al fine della sua gestione.

 

La terra del rimorso come svolta teorica

 

Ma come dare statuto teorico a una crisi permanente? Di cosa consta un simile stallo dell'essere-nel-mondo? E attraverso quali dispositivi è possibile che gli uomini esistano su questo sfondo minaccioso? Può forse l'attivazione di questi dispositivi rimanere circoscritta a singole occasioni dell'esistenza (un rito, una pratica particolare)? O non deve piuttosto estendersi e divenire permanente tanto quanto la crisi cui risponde? Negli scritti usciti postumi (de Martino [1977] 2002; 2005), de Martino cercherà di rispondere proprio a queste domande, spesso su di un piano eminentemente speculativo. Ma rimaniamo, per ora, all'interno della cornice di questo libro del 1961, e cerchiamo di avvertire tutto lo spaesamento che colse il nostro autore nell'accorgersi dell'ineludibilità e della imprevedibilità di questo dramma. Con La terra del rimorso, la cornice teorica che fino a quel momento aveva guidato la ricerca di de Martino si mostra insufficiente, ed apre a nuove indagini e formulazioni che, attraverso un rinnovato confronto con Heidegger, andranno a comporre l'eredità speculativa più significativa del filosofo napoletano.

   

Marco Valisano

 

Ernesto de Martino [1961] (1996) La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud. Milano: Il Saggiatore, pp. 397.

 

Bibliografia e riferimenti

Pubblicato Wednesday 17 January 2018

Modificato Saturday 27 October 2018


Marco Valisano

Marco Valisano

Nato nel 1987, laureato in storia nel 2013 e in scienze delle religioni nel 2017, adesso sono dottorando dell'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia e sto portando avanti un progetto in antropologia filosofica e teoria delle istituzioni.




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