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È difficile dire qualcosa che sia buono per molti di un testo a cui si deve, personalmente, così tanto. Si aggiunga che il testo in questione è un classico conclamato della letteratura italiana. Ma come esimersi? Si può forse lasciare al solo filologo o al solo critico di letteratura il compito di rendere conto delle nostre patologie più intime, delle nostre menzogne più studiate, delle nostre levigate e artificiali spontaneità? La posta in palio c'è ed è alta. Per questo mi sono risolto a recensire La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Perché quel che c'è dentro ci riguarda in senso propriamente non letterario

 

Parole chiave

 

Quel che c'è dentro il romanzo, si diceva. In quali termini? Negli unici termini che qui possano interessarci: in termini di vita. Del personaggio sveviano vorrei mettere in rilievo non solo la morbosità patologica di alcuni tratti, ma anche la loro assoluta normalità per l'animale che siamo. Darò una lettura del libro che si snoda perciò secondo alcune parole chiave. Non le uniche possibili, certamente, ma assai perspicue: astrazione, desiderio, goffaggine, serietà, avventura.

 

Astrazioni reali

 

Zeno è una persona che, come diremmo oggi, non è mai sé stessa. È continuamente preoccupato delle impressioni che lascia nel contesto in cui vive, e di intimo e personale, di sincero direi, non ha che la sua malattia. Una malattia, però, solo immaginata, creata ex post. Giusto alla fine del libro Zeno potrà gioire di una diagnosi medica effettiva, un diabete che gli farà compagnia come un nuovo amico e che però sfumerà in nulla dopo ulteriori accertamenti, lasciandolo «molto solo» (p. 534). La realtà, quella dei crudi fatti, Zeno la rincorre ma non la raggiunge mai. Questo non significa che ciò che vive e sente non sia reale. Tutto, in Zeno, è reale; tutto, in Zeno, è vero. Che la sua malattia sia solo un costrutto della sua fantasia, così come che la sua spontaneità non sia niente più che un castello di carte messo su a bella posta per far figura in un hic et nunc determinato, non toglie a questi tratti la loro realtà. Semmai: la ridetermina, ne cambia il segno. Quelle che Zeno vive ogni giorno sono, per dirla (abbastanza liberamente) con Marx, delle “astrazioni reali”: non il rapporto con una persona degna, ma la sua personale relazione con la dignità; non il sesso con una bella donna, ma il fantasma del suo amore di sé.

Ma non si illuda il lettore: nessuno di noi è immune da questi processi ipertrofici di "realizzazione dell'astrazione". Una istituzione non è reale in senso fisico ("Stato" è una parola, il denaro è il "valore" fatto "cosa"), un registro emotivo che ci ripetiamo di avvertire si giova del nostro ripetercelo ("oggi sono annoiato, non ho voglia, non ce la farò"), una maschera particolare può pervadere la nostra identità tutta intera ("io queste cose non le faccio, non sono fatto così"). Le realtà che Zeno vive, e che il lettore troppo presto riesce a bollare come paranoie, sono in effetti forse le uniche realtà che noi riusciamo a vivere. Ciò che può cambiare non è il cosa viviamo, ma solo il come. È qui che entra in gioco il desiderio.

 

Desiderio e goffaggine 1: la serietà della vita

 

Il desiderio in Zeno è vivo, assiduo, continuo, addirittura estenuante. Egli ambisce, come dice, alla serietà della vita, quella che dovrebbe arrivargli da un lavoro normale e ben svolto o da un matrimonio riuscito, ma non la incontra mai se non come desiderio. Non la vive che negli occhi degli altri, nelle vite degli altri; nella vita del suocero che stima, nelle donne che si dice di amare, nelle istituzioni riconosciute legittime. Una condizione di perenne inferiorità, la sua, in cui gli risulta impossibile fare quello che sembra riuscire proprio a tutti, ovvero mettersi sulle normali rotaie della vita istituita e procedere, con la naturalezza stessa del camminare bipedi. Ma Zeno riesce a complicare anche il semplice deambulare fisico: mettendosi a pensare ai cinquantaquattro movimenti muscolari necessari alle sue gambe per fare un passo, toglie al suo banale mettere un piede dopo l'altro ogni automatica efficacia: «[...] ancora oggidì […] se qualcuno mi guarda quando mi movo, i cinquantaquattro movimenti s'imbarazzano ed io sono in procinto di cadere» (p. 170). 

 

Desiderio e goffaggine 2: l'avventura

 

Parallelamente alla serietà della vita, Zeno ricerca e desidera ardentemente l'avventura. Ma anche qui il nostro non riesce che a vivere brevi, goffi e melodrammatici excursus, deviazioni malriuscite: una menzogna sbagliata al momento sbagliato, una ossessiva relazione extra-matrimoniale, l'avvio fallimentare di una impresa commerciale con il cognato. Zeno sta maldestramente in mezzo, non riuscendo a vivere né una vera e stabile serietà della vita né un eccesso fatto di incertezza ed avventura. Si sente come immobile, perché il pensiero su di sé, sui propri gesti e sulle proprie azioni vive in lui di una eccedenza patologica. Zeno quasi non percepisce, piuttosto sa di percepire. La condizione è di per sé assai comune: riuscire a guardarsi da fuori come si fosse estranei a se stessi è la condizione per qualsiasi uso, per dirne una, del condizionale ("se fossi là..."). Ma il nostro la porta all'eccesso, perdendo completamente l'adesso. Risvolto positivo: egli sa molto di sé stesso, è acuto nella lettura delle menzogne altrui, la sua mente è limpida e profonda. Risvolti negativi: l'ipertrofia della riflessione su di sé imbriglia a tal punto l'azione che a Zeno non rimane che desiderare. Desiderio attivamente perseguito di salute e serietà e, contemporaneamente, impossibilità di non essere infermo e goffo: questa è la sua malattia, questa la sua frustrazione essenziale.

 

Il patologico desiderio di salute

 

Zeno è il lampante paradigma di una forma di esistenza abituata a vivere di desiderio, di cose vere solo in potenza, e quasi solo di quelle: cinica, isolata, opportunista, depressa di nulla ed entusiasta per poco. L'ossessione per l'avventura perigliosa (una battuta riuscita, un tentativo di approccio da latin lovers navigati) si combina con una spasmodica ricerca di riparo sicuro, di salute e serietà ("su questo non si scherza"), delineando un rischio che ci riguarda tutti e che rende la nostra inadeguatezza qualcosa di assai imbarazzante, di addirittura patologico. Come una semplice e primitiva (direi kafkiana) vergogna di essere al mondo, che ai nostri giorni ha iniziato a diventare fenomeno di massa. Probabilmente se Zeno (e noi con lui) riuscisse a ridere di più di sé stesso, sarebbe finalmente capace di pensarsi sano e forte. La salute non sta né nell'automatismo del gesto né nel volerne fare sempre di appropriati alla situazione. Né ethos continuativo né phroensis perenne, stare in salute equivale probabilmente al gestire la continua oscillazione tra i due. Prendendosi assai poco sul serio.

 

Marco Valisano

 

Svevo, Italo [1927] (2011) La coscienza di Zeno. Roma: Newton Compton, pp. 559.

 

Bibliografia, riferimenti e suggerimenti di lettura

Pubblicato Thursday 23 January 2020

Modificato Thursday 23 January 2020


Marco Valisano

Marco Valisano

Nato nel 1987, laureato in storia nel 2013 e in scienze delle religioni nel 2017, adesso sono dottorando dell'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia e sto portando avanti un progetto in antropologia filosofica e teoria delle istituzioni.




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