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Famosa è la sequenza d'immagini che, pretendendo ricalcare il processo evolutivo che ci ha fatto umani, inizia con un essere dalle sembianze assai scimmiesche per giungere infine al sapiens compiuto, picco filogenetico di quella teleologia profana cui ci hanno addestrato i sussidiari delle scuole elementari. Via i peli, ergersi del busto, liberazione degli arti superiori, linguaggio verbale in luogo di inarticolati mugugni et voilà, dalla scimmia l'uomo. L'ipotesi sul processo di ominazione che Bolk ci consegna attraverso questo testo di una sua conferenza del 1926 è invece del tutto diversa: i sapiens sono quel che sono perché esseri con uno sviluppo in ritardo, cronicamente immaturi. Per capirsi: saremmo non scimmie progredite, ma scimmie mancate.

 

Per poter sostanziare una simile ipotesi è necessaria una considerazione preliminare, capace di mettere in luce lo scarto che separa il problema dell'origine dell'uomo da quello dell'insorgenza di una forma corporea propriamente umanase le analogie morfologiche con gli altri primati ci forniscono ineludibili indizi genealogici e ci permettono di teorizzare un comune progenitore a sapiens e scimpanzé,  ciò non ci dice niente sul come e il perché delle caratteristiche fisiche che dallo scimpanzé ci differenziano. Bolk cerca caratteri del nostro corpo che non possano essere considerati frutto di reazioni a un ambiente particolare, bensì vere e proprie azioni del nostro organismo, causate da fattori interni.

 

Concentra la sua attenzione, pertanto, su quelli che chiama caratteri primari, e che a differenza dei secondari non si sviluppano per reazione, come aggiustamenti funzionali a situazioni di fatto, ma che sono fattori diretti di sviluppo della nostra particolare fisiologia. Tra questi caratteri primari Bolk inserisce la nostra mancanza di peluria, la persistenza delle suture craniche, la posizione della vagina della donna che nella nostra specie è orientata verso il ventre, consentendo così l'accoppiamento ab anterioreSi tratta di caratteristiche che condividiamo con gli altri primati a livello del feto, ma mentre un i nostri cugini vanno perdendole attraverso lo sviluppo individuale, in noi si stabilizzano. Per i sapiens è stadio finale ciò che per gli altri primati (ma anche per altri mammiferi) è un momento di passaggio.

 

Cos'è dunque l'essenziale della costruzione umana? Bolk risponde: il carattere ostinatamente fetale della sua forma. Si tratta della famosa teoria della fetalizzazione. «Se volessi esprimere il principio della mia teoria con una formulazione abbastanza forte, allora definirei l'uomo sotto l'aspetto corporeo come il feto di un primate giunto alla maturità sessuale» (p. 53).

 

Lo sviluppo dell'uomo non prenderebbe dunque le mosse da una situazione per così dire scimmiesca per progredire oltre, ma avrebbe al contrario un andamento conservativo. Siamo frutto della conservazione dei caratteri fetali primari, e di un processo di adattamento funzionale dei caratteri secondari (tra i quali Bolk inserisce la postura eretta). L'uomo, dunque, come essere dalla maturazione ritardata, come infante cronico (p. 56; cfr. anche Mazzeo 2003). Abbiamo, in effetti, una crescita estremamente lenta se paragonata a quella degli altri mammiferi, dipendendo dalle cure parentali per un periodo davvero inusitato: «[...] portiamo in noi stessi in uno stato bloccato la possibilità di sviluppo di molti dei caratteri somatici dei nostri progenitori» (pp. 59-60). Il ritardo dello sviluppo sarebbe il fenomeno primario da cui deriva la fetalizzazione della nostra forma corporea, e la causa di un simile ritardo viene individuata da Bolk nel funzionamento del nostro sistema endocrino, visto che è nota la capacità degli ormoni di accelerare o rallentare i processi di sviluppo individuale.

 

L'uomo come infante cronico, si è detto. Ma se l'infante è colui che non ha ancora una forma storica determinata ed è perciò caratterizzato da un pervasivo poter essere, significa che in una qualche maniera il sapiens è un essere fisiologicamente potenziale, un essere soggetto a continuo mutamento. Un essere storico, insomma, per il quale il processo di sviluppo non ha teoricamente mai fine (cfr. Virno 1999). Questa faccenda è, con le sue implicazioni politiche, terreno di contesa.

 

Bolk arriva a ipotizzare che la forma umana di esistenza giungerà a una fine proprio a causa di questo suo cronico ritardo: se il processo di ominazione è tanto più avanzato quanto più sono conservati i caratteri fetali, arriverà un giorno in cui non vi sarà più possibilità di diventare uomini. Il distacco progressivo dalle condizioni ambientali ci farà dei feti inespressi. Ma immaturità e infanzia cronica portano con sé un corollario che, come fa notare Bonito Oliva nell'introduzione al volume, Bolk manca di considerare: la possibilità per l'animale umano di essere creativo, fautore di storia e mutamento (cfr. Garroni 2010; Virno 2005a; Astarita 2006Bonito Oliva). Siamo capaci di staccarci dalla situazione presente (cfr. Virno 2013; Plessner 2010), di giocare e di recitare parti dissociandoci da noi stessi (cfr. De Carolis 2004a; Winnicott 2006), e di sancire così nuove regole (cfr. Virno 2015; De Carolis 2004b, 2008).

 

Siamo esseri neotenici, e come ci ricorda Melandri la neotenia «è il veicolo di ogni rivoluzione» (Melandri 1968).  L'irrigidimento di una forma di vita, ovvero la sua specializzazione corporea in stabile simbiosi con un ambiente specifico, si colloca all'altro estremo della forma di vita umana. Piuttosto che l'impossibilità di divenire uomini rilevata da Bolk, è la facoltà di rimanere infanti, con i rischi e le potenzialità che si porta dietro, che merita la massima attenzione

 

Marco Valisano

 

Bolk, Louis [1926] (2006) Il problema dell'ominazione. A cura di Rossella Bonito Oliva. Roma: DeriveApprodi, Roma, pp. 96.

 

Bibliografia e riferimenti

  • Astarita, Stefania (2006) Il problema dell'ominazione. Recensione pubblicata su www.kainos.it.
  • Bonito Oliva, Rossella - Limiti e configurazioni della mente.
  • De Carolis, Massimo (2004a) La vita (non) è un gioco? In «Forme di vita», 2+3, pp. 39-49.
    • (2004b) La vita nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. Torino: Bollati Boringhieri.
    • (2008) Il paradosso antropologico. Nicchie, micromondi e dissociazione psichica. Macerata: Quodlibet.
  • Garroni, Emilio [1978] (2010) Creatività. Macerata: Quodlibet.
  • Mazzeo, Marco (2003) Tatto e linguaggio. Il corpo delle parole. Roma: Editori Riuniti.
  • Melandri, Enzo (1968) Bolk e l'antropogenesi. In «Che fare», n. 3.
  • Plessner, Helmuth (2010) Antropologia filosofica. A cura di Oreste Tolone. Brescia: Morcelliana.
  • Virno, Paolo (1999) Il ricordo del presente. Saggio sul tempo storico. Torino: Bollati Boringhieri.
    • (2003) Quando il verbo si fa carne. Linguaggio e natura umana. Torino: Bollati Boringhieri.
    • (2005a) Motto di spirito e azione innovativa. Per una logica del cambiamento. Torino: Bollati Boringhieri.
    • (2005b) Il cosiddetto «male» e la critica dello stato. In «Forme di vita», 4, pp. 9-36 
    • (2013) Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica. Torino: Bollati Boringhieri.
    • (2015) L'idea di mondo. Intelletto pubblico e uso della vita. Macerata: Quodlibet.
  • Winnicott, Donald Woods [1971] (2006) Playing and Reality. New York: Routledge.

Pubblicato sabato 22 ottobre 2016

Modificato venerdì 10 novembre 2017


Marco Valisano

Marco Valisano

Nato a Firenze nel 1987, dopo anni persi spesi in varie facoltà universitarie ho conseguito una laurea triennale in storia nel luglio del 2013...




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