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 Pubblichiamo qui una porizione de  Il nulla e il problema dell'uomo di Enzo Paci, e che è già stata a suo tempo pubblicata da Ernesto de Martino in appendice alla seconda ristampa del suo Il mondo magico. Queste righe possono infatti a buon diritto figurare come una acuta recensione del volume che il lettore ha da poco concluso. Una recensione che vale la pena leggere, forse più ancora di quella non benevola che ne scrisse Benedetto Croce. Le righe che seguono sono dunque tratte dalle pagine 254-262 di De Martino [1948] 1998. Paragrafazioni, titolazioni e grassetti sono a cura nostra. A fondo pagina abbiamo inserito, per chi fosse interessato, dei suggerimenti di lettura.

 

Uno strato arcaico dell'umano: per la storia del primitivo

 

Il mito, le forme primitive, e pur sempre presenti della vita religiosa, il rito magico, rivelano la struttura esistenziale dell'uomo. Ciò risulta anche dal libro di Ernesto de Martino dedicato al magismo. Il fine che de Martino si propone è un'interpretazione «storicistica» del magismo contro la condanna antistorica del mondo magico. Sono perfettamente d'accordo che i problemi posti dalla comprensione del mondo magico e, in genere, del mondo dei primitivi, ci propongono un approfondimento del nostro pensiero dove la filosofia e la storia si incontrano con le scienze naturalistiche e in modo particolare con la psicologia. Ho cercato anch'io di far vedere come sia prevalente in Vico il problema della natura e come la «natura» vichiana possa esser avvicinata a ciò che la psicologia moderna indica con il termine di «inconscio», termine necessario allo psicologo e allo storico. Che il concetto di inconscio possa essere utile ad una ricerca filosofica e storiografica non è un punto di vista accettabile per uno storico di educazione crociana, faccio tuttavia osservare che un tale storico potrebbe considerare il concetto di inconscio come una determinazione del concetto crociano dell'utile, dove la «natura» risolta nell'attività economica ed edonistica o naturalistica, non ha più naturalmente un significato «realistico». Il de Martino si muove sul piano delle categorie crociane e quindi il miglior modo di rendere utile un dialogo con lui è quello di assumere le sue stesse categorie: ciò renderà più facili le osservazioni che credo opportuno fare  a proposito della sua ricerca.

 

La minaccia della "cosa in sé"

 

Se vogliamo intendere la natura - questo concetto solo a prima vista determinabile, e sostanzialmente equivoco - come momento utilitario, natura è il mondo del bisogno, il modo di sentire, natura è il timore del primitivo di perdere la sua personalità, il rischio di perdere la presenza, l'esserci - quel rischio che è angoscia, dove si esprime «la volontà di esserci come presenza davanti al rischio di non esserci». Questa angoscia del nulla che pone la necessità dell'esserci si può certo considerare un impulso, sentimento, natura come attività. Schopenhauer direbbe «volontà di vivere», noi possiamo dire «attività vitale»; in ogni caso è proprio l'amorfa «cosa in sé» che minaccia il primitivo poiché il suo timore è quello di essere di nuovo inghiottito dall'inconscio dove ogni rappresentazione del mondo è perduta e dove, perduta la rappresentazione, è perduta anche l'anima. L'uomo in questo caso diventerebbe natura, puro atto naturalistico inconscio, nemmeno «grosso bestione», ma proprio pura natura e, quindi, puro nulla. 

 

Crisi e riscatto

 

Il de Martino, in una analisi che ha per conto mio grande valore, ci fa notare che «il semplice crollo della presenza, la indiscriminata coinonia, lo scatenarsi di impulsi incontrollati, rappresentano soltanto uno dei due poli del dramma magico: l'altro polo è costituito dal momento del riscatto della presenza che vuole esserci nel mondo». Il riscatto è «la creazione di forme culturali definite» e nel rito interiore nel quale il primitivo si abbandona al rischio del non essere o della natura inconscia per dominare questa natura, questa ingens sylva vichiana, la creazione di nuove forme culturali è possibile solo attraverso l'immagine, quando il primitivo «diventa padrone della propria visione»: si noterà qui il presentarsi del dualismo tra storia come azione e storia come pensiero, dualismo creatore, che crea forme di civiltà, ma soltanto attraverso la mediazione dell'arte, dove la passione, il sentimento, l'angosica o l'esaltazione dionisiaca, superano il dramma esistenziale che il de Martino scopre giustamente nel mondo magico, e lo superano conquistandosi una visione, una forma, esprimendosi nella «forma aurorale dello spirito». Il de Martino dunque in tanto può interpretare «il dramma storico del mondo magico» in quanto si serve, nella sua interpretazione, delle categorie crociane: il rischio di perdere la personalità nell'angoscia rappresenta il momento utilitario che, per la «circolarità dello spirito», precede sempre il momento teoretico, così come l'arte è sempre espressione di uno stato d'animo ed è cioè espressione della natura concepita non come dato, ma come inconscio, e quindi come attività, come momento «vitale». La «visione», il riscatto dall'angoscia esistenziale, è il momento teoretico nella sua forma aurorale e quindi è fantasia, o meglio mito, in quanto contiene non tanto una forma di valore estetico ma una implicazione di forme fantastiche con primitive categorie teoretiche o filosofiche.

 

Creazione di un mondo domestico

 

Lo stato di angoscia non «formato» dal mito o dalla filosofia, per la psicologia moderna e per il de Martino, è malattia e anormalità in quanto è disgregarsi dell'uomo e cioè disgregarsi delle forme spirituali della quali se una viene a mancare non esiste più l'uomo e non esiste quindi il mondo storico dell'uomo, la storia. Di fatto il parlare di un dramma esistenziale che attraverso il rischio costruisce una visione del mondo significa tener presenti tutte le categorie o le forme; se l'uomo potesse essere stato solo natura non ci sarebbe, perché l'uomo non sentirebbe di essere minacciato e di perderesi nel nulla perdendo il rapporto che lo costituisce, il rapporto tra il pratico e il teoretico, tra l'economico e la legge morale, tra l'agire e il sapere, tra l'azione e la coscienza. La barbarie sempre minacciosa, l'idra di Lerna vichiana, è proprio la perdita delle categorie che costituisono l'uomo nella sua storicità: la natura allora diventa, proprio come nel mondo magico, diabolica, disintegratrice dell'uomo e della sua civiltà storica che, come notava Vico, perde la sua legge, la sua forma morale e, insieme, la sua forma giuridica. Infatti il primitivo in preda al dramma esistenziale è in preda al diabolico, e quindi alla colpa e al peccato, e la sua crisi esistenziale insorge quando ha commesso una colpa o quella che crede una colpa. Il rito magico del riscatto è rito di salvezza morale, di rinascita che riscatta in un ordine il caos insorgente. Il mondo nel quale si rinasce è un mondo dominato dalla demiurgia umana, mondo nel quale la situazione iniziale di crisi si svolge in una situazione finale di redenzione, e mentre la situazione iniziale è angoscia del nulla la situazione finale è riconquista dell'essere e della legge morale.

 

Storia come pensiero e come azione, o della dialettica trascendentale

 

Facciamo notare che il de Martino si serve con grande chiarezza dei due termini di situazione iniziale e di situazione finale. Il dramma del riscatto si pone per  il primitivo come dramma di peccato e di salvezza: «Attraverso il riscatto dello stregone, tutta la comunità sii apre al riscatto, può accedere alla salvezza. In questo senso lo stregone si configura come un vero e proprio Cristo magico, mediatore per tutta la comunità dell'esserci nel mondo come riscatto dal rischio di non esserci». Il Vico sentiva la mediazione del Cristo come quella che potrebbe essere indicata col termine «carattere eroico del Cristo». Infatti la storia è eternità proprio per la legge che la costituisce, per l'uomo come categoria, che in sé unisce le categorie o «la circolarità dello spirito». Il dramma esistenziale di cui parla il de Martino è il dramma eterno della storia come pensiero e come azione, o, come Vico l'intendeva, il dramma del dualismo tra la ragione e la barbarie, tra lo spirito e la natura, giacché ogni fare è una crisi dove, con la libertà, si affronta il rischio e ogni conoscere è dominio demiurgico del fare e infine trasposizione della pura economicità a forma di civiltà nella quale gli individui si «salvano» morendo alla loro mera economicità, o al loro peccato, per rinascere, appunto come il Cristo, sul piano ddella verità etica. Questo dramma soteriologico, presente come struttura in tutte le religioni umane, e come il de Martino ha ben visto, nello stesso mondo magico, non è altro che la dialettica del trascendentale, e, volendosi esprimere in termini crociani, la dialettica delle quattro forme dello spirito delle quali il vario rapporto e il vario entrare in crisi e il ricostituirsi in una nuova sintesi ci danno appunto il variare della storia dove tra le categorie o forme non c'è mai pace – poiché la storia allora finirebbe – ma un variarsi della loro armonia, variare che dà il loro volto allediverse epoche storiche (per esempio predominio della fantasia nell'epoca da Vico detta «poetica» a scapito della ragione, oppure predominio della ragione nell'illuminismo e della vita sentimentale e naturalistica e passionale nel romanticismo, predominio dell'economico come forza e violenza nell'epoca attuale). La dialettica delle forme nella sua intima essenza è la dialettica del divenire e dell'essere, del mondo dell'opinione e del mondo delle idee, del mondo della potenza e del mondo dell'atto, della res extensa e della res cogitans, della volontà e della rappresentazione, della cosa in sé e della legge ideale, dell'esistenza dello spirito, e, come Vico voleva, del mondo di Tacito e del mondo di Platone. Una configurazione puramente filosofica di tale dualismo si esprime nel concetto del trascendentale che è l'espressione più alta del pensiero moderno, ma del quale non bisogna temere di dire che è l'eterna struttura categoriale del pensiero, la vera e proprio philosophia perennis (che è poi l'eterna problematicità), che si può variamente configurare in Platone, in Aristoetele e in Kant, come lo stesso dramma esistenziale si configura in modo diverso nel mistero soteriologico di Adonai, di Attis, di Iside e Osiride, di Dioniso o del Cristo, o, devo aggiungere, nella crisi esistenziale-mitologica del primitivo e dell'uomo moderno dissociale, al quale in sostanza Jung propone lo stesso dramma soteriologico trasformato in tecnica di  psicologia analitica, così come, d'altra pate, lo stesso dramma rivive nei poeti e scrittori della così detta «crisi», come T. S. Eliot o Kafka. Né questa interpretazione dell'eternità della filosofia è tale da annullare la storicità, che solo può essere spiegata attraverso la dialettica delle forme che mai si identificano, così come mai la storia, in quanto comprensione del passato, sarà ipso facto la storia come azione. Se così fosse, il passato sarebbe uguale all'avvenire e, cioè, mancherebbe il tempo, e il tempo altro non è che l'impossibilità di identificazione perfetta delle forme spirituali che sempre lasciano all'umanità il compito di ricomporle e il rischio di spezzare la loro sintesi armonica parzialmente raggiunta in una forma di cultura o di civiltà o di filosofia. E con il tempo mancherebbe certo il peccato, ma mancherebbe altresì la libertà, poiché la negazione della libertà, l'assolutismo non è altro che la pretesa  di far valere un rapporto storico fra le forme come rapporto assoluto ed eterno: è, in altre parole, uno scambio tra la storicità e l'eternità della filosofia, scambio che presenta come eterni sistemi parziali o dati istituti o dati rapporti economici.

 

Eternità del magismo? L'aporia demartiniana

 

Ciò detto posso dunque concludere che anche il de Martino scambia la storicità con l'eternità della filosofia quando scrive: «Ogni sistemazione filosofica che riconosca solo le forme tradizionale (per esempio il sistema crociano della quattro forme) esprime, in sostanza, il moment, metodologico, di una esperienza storiografica limitata alla civiltà occidentale, e pertanto trae alimento da un umanesimo circoscritto». E, continua il de Martino, «il ritorno al magico restituisce dunque alla linfa storicistica quella libertà di movimento che la pigrizia metadfisica e la facile retorica congiunta alla prosopopea dello Spirito rischiano di compromettere». Ora io non voglio certo affermare che la philosophia perennis consista proprio in questa o quella filosofia dello spirito e d'altra parte ho fatto il possibile, studiando Vico, per dare un significato positivo alla confusione vichiana tra la serie delle forme ideali e le forme storiche; tuttavia se il de Martino, in base alla sua esperienza del mondo magico, vuol far rientrare il mondo magico nelle categorie metodologiche della storia, comunque la si concepisca, deve riconoscere che la forma magica non è mai superata ma è eterna, e, come tale presente in ogni momento della storia come sono presenti, per esempio, l'arte, la filosofia, la morale – esigenza questa fatta valere, mi pare, sia pure in modo diverso, anche da Carlo Antoni. Né sarò io a difendere certo annacquato ed insuslso spiritualismo contemporaneo, ma il de Martino mi vorrà concedere che i casi sono due: o egli fa rientrare il «mondo magico» nella struttura della mente umana (per richiamarsi al Vico), in modo che il mondo magico è un mondo non superato e morto ma sempre possibile, e allora non si vede perché le categorie che ci servono come metodo per il mondo moderno non debbano essere più valide per il mondo  magico; oppure egli toglie il mondo magico dal nostro mondo storico, e allora non si capisce perché ne parliamo e perché il de Martino pensa di contribuire con il suo lavoro, come effettivamente fa, «alla comprensione di quel mondo di cui  Vico disperava che si potesse mai fermare l'immagine» e del quale per altro Vico è stato il più grande filosofo.  Discutendo con Remo Cantoni il de Martino osserva che la differenza tra lui e il Cantoni sta nel metodo di lavoro. «Il Cantoni cerca di ricostruire il tipo della mentalità primitiva o mitica, io invece mi sono proporsto la comprensione storica dell'epoca magica». Il il «tipo di mentalità primitiva» è una categoria e, secondo me, il Cantoni ci ha fatto proprio vedere che essa è una categoria costitutiva dell'uomo, senza la quale, naturalmente, non sarebbe possibile la comprensione storica, appunto per la scoperta vichiana che la spiegazione della storia si ritrova nelle stesse modificazioni della mente umana.

 

L'esistenzialismo positivo di de Martino

 

Così il de Martino conclude «che dall'allargamento dell'orizzonte storiografico procede anche una nuova filosofia o, più esattamente, un nuovo modo di filosofare». Qual è questo nuovo modo di filosofare? Non credo il de Martino, nonostante la sua citazione non proprio benevola nei riguardi di Heidegger, di dover qualcosa all'esistenzialismo? «L'esistenzialismo, – egli scrive, – ha posto in risalto un punto oscuro, un problema irrisolto, del razionalismo moderno: l'individuo come dato. Ma in luogo di allargare la coscienza storicistica di tale razionalismo sino a sciogliere la concrezione di questo dato nel dramma storico del farsi magico della presenza, ha spinto la sua polemica tant'oltre da mandare in pezzi ogni forma di razionalismo e da promuovere a dignità di pensiero non la soluzione del problema, ma l'esperienza della crisi, sia pure appassionatamente vissuta». Che l'esistenzialismo riproponga problemi già vissuti dal romanticismo è mia vecchia convinzione; che esso sia stato o sia uno stato d'animo è ora più che mai evidente nei letterati esistenzialistici, e che il suo dramma sia un dramma magico-soteriologico credo di averlo dimostrato studiando sia Novalis che Mann, Rilke, Eliot, e Proust; che l'esistenzialismo ci riconduca ai problemi della psicologia contemporanea come psicologia del mito credo sia sostenibile; tuttavia una volta posto  in luce il carattere negativo dell'esistenzialismo e la sua funzione storica, nonché la connessione tra l'utile e l'esistente, bisogna notare che esiste un esistenzialismo positivo e che proprio di  esso si serve il de Martino. I concetti usati dal de Martino, di situazione iniziale e di situazione finale, sono tipici dell'Abbagnano, dove costituiscono la fondamentale categoria della struttura nella quale lo sforzo dell'essere di conquistare se stesso come eistenza vale «non solo rispetto alla situazione iniziale (Heidegger) né solo rispetto alla situzione finale (Jaspers), ma nell'unità della situazione finale con la iniziale». A proposito del concetto di struttura dell'Abbagnano ho già scritto: «L'esistenza dell'uomo non è, in altre parole, né il rivelarsi del nulla alla nostra coscienza, la contemplazione di sé della morte, l'essere per la morte com angoscia, come decisione anticipatrice della morte (Heidegger); né è la solitudine dell'uomo di fronte alla trascendenza, l'indicazione negativa dell'esistere, la nullità dell'opera umana (Jaspers). La struttura dell'esistenza porta in sé il movimento verso la trascendenza come costitutivo dell'esistere stesso, che accetta il proprio rischio...» nel destino inteso come missione, creatività, opera. Ciò è abbastanza in accordo con il «rischio» di cui parla il de Martino, che poi diventa ritorno a una situazione armonica dopo la perdita dell'equilibrio nell'angoscia, per cui la magia diventa «restauratrice di orizzonti in crisi» e possibilità di accettazione, di decisione, di azione, dopo la salutare crisi esistenziale, durante la quale «ogni invito all'azione è una insidia alla presenza», oppure l'azione è assurda, demoniaca, folle. Per il de Martino si esce dal dramma esistenziale solo «accettando il rischio» e solo «trascendendosi» nel senso esistenzialistico accenna: «il mago è colui che sa andare oltre di sé, non già in senso ideale ma proprio in senso esistenziale». In tal senso Nietzsche, almeno secondo il mio punto di vista, si può dire un «mago», per quanto un mago non sconti duramente le sue illusioni. Il fatto che il de Martino sia arrivato, attraverso vie tutte diverse, mi sembra, a queste posizioni esistenzialistiche, credo sia tutt'altro che privo di significato. Penso però che giuochi anche in questo, come ho detto, lo scambio tra la storicità e l'eternità della filosofia. L'esistenzialismo del de Martino è proprio quell'approfondimento del concetto di trascendentale che egli cerca come «un nuovo modo di filosofare», mentre egli crede che tale modo di filosofare gli derivi dall'esperienza del mondo magico.

 

Il trascendentale e la storicità

 

Avevo già scritto le osservazioni che precedono quanto ho letto la comunicazione di Croce sul libro del de Martino. Vedo che giustamente avevo osservato come il punto di vista del de Martino si allontanasse dal punto di vista crociano, in quanto il Croce nota che è sempre ben lungi dal suo intento il «rendere storicamente mutevoli le categorie». Il Croce accenna ad una possibile influenza sul de Martino del materialismo storico, ma vorrei osservare in proposito che il problema della storicità o meno delle categorie si pone anche per il marxismo, in quanto la lotta di classe intesa come legge della storia è un principio dialettico che non può essere «storicizzato», mentre d'altra parte se accettiamo il marxismo come assoluto storicismo di quel principio, dovrebbe a sua  volta storicizzarsi e perdere quindi la sua natura di principio metodologico e perciò di «categoria»- Cosa che del resto il Marx sentì e di cui si preoccupò specialmente l'Engels ponendo al di sopra della storia le categorie del socialismo scientifico. Il problema è dunque l'antinomia dell'eterno e dello storico che costituisce la problematicità tipica dello storicismo e si lega strettamente al problema dei rapporti tra intuizione e pensiero e pensiero e azione. A sua volta tale problematica si connette, come a suo fondamento, al problema del trascendentale e della sua interna struttura, intesa anche nel senso di sintesi tra «situazione iniziale» e «situazione finale» e soprattutto non in modo dogmatico ma problematico. Il che si può enunciare anche in un altro modo: in che senso il trascendentale kantiano può contenere nel suo seno la storicità? In che senso quindi il tempo è costitutivo della struttura del trascendentale? Credo siano questi alcuni problemi che potrebbero fecondare le interessanti prospettive metodologiche del de Martino» 

 

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Pubblicato Monday 23 October 2017

Modificato Saturday 27 October 2018


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Una strega pronuncia delle formule per uccidere un uomo, una nobildonna battezza un'imbarcazione con una bottiglia di champagne. Sono, questi, tra i fatti più curiosi che ci consegna la nostra storia naturale, e de Martino li prende molto sul serio.