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Pubblichiamo qui un articolo di Enzo Melandri, uscito nel 1968 sul numero 3 della rivista «Che Fare» di Milano. Il filosofo italiano dedica queste righe a commentare un testo di Louis Bolk, ovveroIl problema dell'ominazione, mettendone in rilievo acutamente i punti di merito. Grassetti e paragrafazione sono a cura nostra. In fondo alla pagina abbiamo aggiunto, per chi fosse interessato, dei suggerimenti di lettura.

 

L'interesse delle teorie di Bolk per una filosofia della prassi

 

E’ tuttora raro veder citato il nome di Lodewijk Bolk (1866-1930) a proposito dell’antropogenesi. In Italia le concezioni dotate di un certo respiro speculativo sono tenute prudentemente al di fuori di ogni scambio culturale: dagli scienziati, perché non rientrano nel loro ambito specialistico e quindi non sarebbe «serio» occuparsene; dai filosofi e in generale dagli umanisti, perché o non ne sanno nulla o non sanno, data la loro formazione, come farne un argomento di interesse generale; e non parliamo poi del pubblico delle «persone colte», le quali hanno appreso le scienze naturali dai libri della scuola media. Sono testi il cui filo conduttore si svela già dal titolo: «Le meraviglie del creato», o qualcosa di simile. Un breve paragrafo illustra alla fine l’«ipotesi» dell’evoluzione, con intento chiaramente distruttivo. – Le tesi di Bolk interessano tutti: scienziati, filosofi e uomini comuni. Sta allo scienziato verificarle; ma allora «provando e riprovando», alla maniera genuinamente galileiana, senza lasciar dietro di sé il sospetto di avere usato l’obiettività scientifica per ribadire un potere burocratico. Sta al filosofo, al critico, all’uomo di cultura mostrarne le affinità e i contrasti con altre tesi antropologiche; ma senza confondere ideologia e scienza, e accettando fino in fondo il rischio del confronto con un dato di fatto da accertare indipendentemente dalle proprie predilezioni. Sta infine all’uomo della strada porsi la domanda definitiva: in che modo queste conoscenze e questi schiarimenti possono servire a una presa di coscienza più adeguata della condizione umana, in vista della prassi (più che della teoria)?

 

Un libro scarsamente considerato

 

Il libro di Bolk – Das Problem der Menschwerdung (il problema dell’antropogenesi), Jena 1926 – è introvabile. In traduzione francese, un estratto delle tesi principali è stato pubblicato col titolo «La génèse de l’homme» in Arguments, IV, 1960, n. 18, pp. 3-13. (Traiamo di qui le citazioni e le parafrasi illustrative fuori testo).

 

Evoluzione ed evoluzionismo

 

1) Evoluzione ed evoluzionismoL’evoluzione è un dato di fatto. Quel che può esser messo in questione non è l’evoluzione, ma l’«evoluzionismo». L’evoluzionismo non è un fatto, ma una teoria esplicativa della dinamica evolutiva. Il suo primo problema è quello della morfogenesi. Non stupisce che la teoria sia più filosofica che scientifica; né che le soluzioni tentate siano divergenti: da Lamarck a Darwin ai neo-darwiniani & c. La revisione critica è avvenuta nel senso di uno spostamento dal funzionalismo (che è massimo in Lamarck, Butler, G. B. Show) allo strutturalismo (quale si ritrova in Mendel, nei genetisti e nei neo-darwiniani).


Bolk ha dato un contributo originale alla revisione strutturalistica della teoria dell’evoluzione. Egli tien fermo al principio biologico fondamentale enunciato da Naegeli: «la struttura e la funzione dell’organismo sono conseguenze di forze interne all’organismo stesso e perciò sono indipendenti da tutte le circostanze esterne fortuite». Il punto di partenza è lo studio morfologico. Le forme dei viventi, in particolare l’anatomia umana, non si spiegano con l’adattamento alle circostanze esteriori, i requisiti della lotta per la vita o il risultato della selezione naturale o sessuale. Senza dubbio questi fattori sono presenti; ma essi agiscono in maniera «significativa» e si riconoscono per la funzionalità dei loro effetti. Proprio per questo, però, sono incapaci di spiegare i tratti non funzionali e perfino disfunzionali dell’anatomia e fisiologia dei viventi. Il funzionalismo non spiega la morfogenesi; dice solo, al massimo, perché siano scomparse certe forme. L’evoluzione non è un risultato, ma un principio. Il principio dell’evoluzione consiste nella dialettica di destrutturazione e ristrutturazione. Esso è insieme strutturale e funzionale. Ma bisogna partire dalla struttura per intenderne la funzione immanente.

 

La teoria della fetalizzazione


2) La fetalizzazione – Bolk capovolge la «legge biogenetica fondamentale». Haeckel diceva: l’ontogenesi ricapitola la filogenesi. Nello sviluppo dell’uomo, sia come specie, sia come individuo, si doveva scorgere il riassunto di tutta l’evoluzione. Nello sviluppo embrionale, l’uomo ripercorre rapidamente tutti gli stadi tipici dell’intera storia evolutiva, dal protozoo al primate. E’ un fatto. Ma Bolk vi aggiunge qualcosa che ne capovolge il senso. L’antropogenesi non si limita a ricapitolare la filogenesi; ne rappresenta altresì il riflusso. L’uomo è il punto nel quale l’evoluzione ritorna indietro: da «propulsiva» che era, si fa «regressiva». In parte l’evoluzione è sempre stata regressiva, come dimostra il fenomeno della «neotenia» presso certi batraci: essi raggiungono la maturità sessuale allo stadio larvale, dando così origine a una evoluzione regressiva. Ma è solo nell’uomo che il fenomeno assume la portata di un riflusso complessivo. E’ la famosa tesi della «fetalizzazione»: dal punto di vista corporeo, l’uomo è un feto di scimmia pervenuto a maturità sessuale. (Su questo spunto, Aldous Huxley ha scritto il romanzo satirico After many a summer).

 

Nell’anatomia dell’uomo adulto si osservano delle «strutture somatiche primarie»: sono quei caratteri che l’uomo ha in comune coi primati allo stato fetale. Per es., l’ortognatia, l’assenza di peli, la carenza di pigmento nella pelle, nei capelli e negli occhi, la forma del padiglione auricolare, la piega mongolica, il valore elevato del rapporto testa-corpo, la persistenza della fontanella dopo la nascita, &c. La legge biogenetica di Haeckel non permette di spiegare tali anomalie; si tratta di posizioni e relazioni strutturali che nei primati (e anche prima) sono presenti solo allo stadio fetale, mentre nell’uomo sono divenute permanenti.


La comprensione di questo fatto richiede una completa inversione di prospettiva. Bolk riassume ciò nella confutazione delle spiegazioni relative alla stazione eretta: non è che l’uomo abbia raddrizzato il corpo per poter scendere dagli alberi (o altra condizione determinante esterna); ma è che l’umanizzazione del corpo gli ha reso indispensabile tale positura. In generale: uno stadio transitorio nella scimmia è divenuto uno stato definitivo nell’uomo. Lo sviluppo dei primati corrisponde a uno stadio finale che manca nell’uomo. Due fattori hanno determinato la forma umana: (I) l’adattamento funzionale all’ambiente, naturale e sociale, il quale ha agito in senso destrutturante e regressivo; (II) la conservazione dei caratteri primari o non-destrutturabili, i quali da transitori si sono fatti definitivi costituendosi direttamente in assetto ristrutturante. Così, nel corso della storia evolutiva, la forma adulta ha acquisito un aspetto fetale sempre più pronunciato. Anatomicamente parlando, l’ominizzazione è un fenomeno di fetalizzazione, di neotenia regressiva.

 

Il nostro cronico ritardo evolutivo

 

3) Il ritardo evolutivoNessun mammifero si sviluppa tanto lentamente quanto l’uomo. L’uomo ha due età in più, rispetto agli animali: l’adolescenza e la vecchiaia. Nessun animale sopravvive alla perdita della potenza generativa; e nessun animale è costretto a inserire una vacanza fra la maturità sessuale e il momento della riproduzione. L’infanzia dell’uomo è insolitamente lunga. Il primo anno dalla nascita è un prolungamento dello stato fetale in senso stretto; il periodo della latenza sessuale equivale a una seconda infanzia. E la lunghezza della maturità è forse il carattere più perspicuo in cui si manifesta il «conservativismo» » proprio della condizione umana. Non più soltanto anatomicamente, ma in quanto organismo, l’essenza dell’uomo va colta nella «lentezza del corso della sua vita».


Il principio del ritardo evolutivo si estende a tutta la vita dell’uomo, non solo al momento della nascita. L’antropogenesi è il risultato di una fetalizzazione non solo morfologica, ma anche dinamica. La neotenia dinamica si esprime in senso cinematico come ritardo, come differimento di maturazione. E qui diventa chiaro che i fattori esteriori, funzionali dell’evoluzione non hanno la capacità di «elaborare» le tematiche del ritardo, ma solo quella di «modellarle»: nel senso negativo di una potatura delle formazioni disfunzionali. La ricerca delle cause del ritardo sposta la ricerca di Bolk dall’anatomia alla fisiologia. In realtà non la sposta: è di qui che essa prende l’abbrivio. La causa principe è l’azione del sistema endocrino. In questo sistema si condensa il segreto stesso della vita. Nel contesto delle teorie evoluzionistiche (e, quindi, tutto sommato, funzionalistiche) la fisiologia veniva considerata in termini di «reazione» dell’organismo agli stimoli dell’ambiente. Per Bolk la fisiologia deve disporre di un principio proprio, direttamente bio-dinamico. Essa è la teoria dell’«azione», non della reazione dell’organismo. La tesi endocrinologica del ritardo è la parte più solida, ma anche più scientifica e quindi meno volgarizzabile del lavoro di Bolk. E’ un fatto che gli ormoni prodotti dal sistema endocrino accelerano o decelerano la crescita. Nella fisiologia umana gli ormoni deceleratori (o inibitori) della crescita giocano un ruolo preponderante. Gli effetti dell’inibizione, quando sono massimi, si manifestano nella scomparsa di certi caratteri somatici. I caratteri primari dell’uomo rispetto ai primati (assenza di peli, carenza di pigmento, &c.) sono negativi. Il sistema endocrino dell’uomo secerne in prevalenza ormoni inibitori. L’ontogenesi è un fenomeno essenzialmente fisiologico. Esso consiste nell’inibire la differenziazione strutturale delle parti rispetto al tutto per favorire una migliore integrazione funzionale dell’organismo rispetto all’ambiente. In questo senso destrutturazione e ristrutturazione diventano termini dialetticamente correlativi.

 

La fine dell'uomo

 

4) La fine dell’uomo – La «velocità dello sviluppo» vien sempre più diminuita, col crescere dei tempi dell’evoluzione. Questa tendenza raggiunge nell’uomo il punto di flesso. «L’accesso allo stadio adulto è stato sempre più differito; la crescita, rallentata; la durata della vita, prolungata». Non si deve vedere in questo rallentamento il primo passo dell’umanità «verso la sua futura scomparsa»? L’umanità attuale non è eterna. «Solo la vita è eterna e immutabile; le forme che crea sono però destinate a perire». A questo punto Bolk cita la profezia di Nietzsche: tu perirai per le tue virtù. E conclude: «Il progresso di questa inibizione del processo vitale non può superare un certo limite senza che la vitalità, senza che la forza di resistenza alle influenze nefaste dell’esterno, in breve, senza che l’esistenza dell’uomo non ne sia compromessa. Più l’umanità avanza sul cammino dell’umanizzazione, più essa s’avvicina a quel punto fatale in cui progresso significherà distruzione. E non è certo nella natura dell’uomo arrestarsi di fronte a ciò».

 

L'uomo è un animale sociale: le banalità del funzionalismo

 

«L’uomo è per natura un animale sociale», dice Aristotele all’inizio della Politica; «la società (la polis, il modo d’essere politico) è un fatto naturale e anteriore all’individuo (umano)». Gli umanisti non hanno difficoltà nel comprendere il passo: lo han reso così ovvio, che ormai non se ne intende più il senso. I filosofi lo hanno usato come epigrafe genericamente introduttiva a un discorso il cui senso veniva tutto dopo. Questo vale per Hegel e per Feuerbach; e – in penultima analisi – anche per Marx. Alcuni storici moderni han cercato di riaprire il discorso: Eduard Meyer, il grande storico dell’antichità; e Arnold J. Toynbee, in una nota del suo primo volume degli «Studi di storia». Purtroppo lo schema dinamico del challenge-and-response è da ultimo puramente funzionale. Toynbee pretende di fondarsi su una morfologia obiettiva: la classificazione delle civilizations. Ma qui nessuno vuole, o è in grado di seguirlo. In mancanza di un solido supporto strutturale (il cui ultimo fondamento sta sul terreno della morfologia) le considerazioni funzionali degenerano inevitabilmente in tautologie; e della peggiore specie. Il funzionalismo rende banale fin dall’inizio la profonda implicazione biologica contenuta nella concezione aristotelica dell’anthropos inteso quale zoon politikon.

 

Come dimostra il séguito del discorso, l’accento batte sul physei: sul concetto strutturale dell’«esser per natura» così e così, e non semplicemente per costruzione successiva (thesei). In ogni modo va rilevato un fatto: né da un punto di vista umanistico, né da uno filosofico, né infine da uno storico o antropologico in senso lato si danno serie difficoltà a intendere in che senso l’uomo è condizionato fin dalla nascita e ancor prima dal suo doversi inserire, dopo nato, in una struttura sociale. Tutto quel che si può obiettare a questo modo di comprensione è d’esser troppo «facile»: nel senso che invita a deviare prematuramente in direzione funzionalistica quella che potrebbe essere una promettente prospettiva strutturale.

 

Storicità dell'essere biologico

 

Cambiamo fronte (ma non partito). Passiamo dalla storia alla biologia. Qui la situazione è completamente diversa. Quel che per gli storici è ovvio fino alla nausea (col pericolo di sfociare in ciò che si potrebbe dire «incomprensione per mancanza di contrasto») diventa qui, o minaccia di diventare, l’antitesi in assoluto. La storicità dell’essere biologico è un concetto che nemmeno si può formulare. Il suo complemento può essere la teoria dell’evoluzione; ma fra questa e la biologia ci sono solamente delle sintesi speculative, non una correlazione effettiva a livello di scienza oggettiva. La situazione rammenta quella della fisica anteriore a Einstein, in cui la meccanica razionale non aveva alcun rapporto con la teoria elettromagnetica della luce. L’evoluzione ci abitua a pensare, comunque concepita, che l’uomo sia il termine assoluto o provvisorio di un certo processo. La biologia prende quel termine come uno stato ontologico. Fra le due cose non c’è nessuna saldatura. Un influsso positivo della società sul modo d’essere dell’uomo non è rilevabile che al livello del soma; la qual cosa è irrilevante, poiché non rientra nei fattori interni dell’evoluzione. I veicoli attraverso cui gli influssi esterni possono diventare interni all’organismo stanno al di sotto del soma (o «fenotipo»): essi sono il germen (il «genotipo») e l’endocrinon (il « sistema ormonico»). I neo-darwiniani e la genetica moderna insistono sul primo dei due veicoli. A quanto pare Bolk è stato l’unico scienziato a tentare di fondare sul secondo una teoria di carattere generale.

 

Necessità di confrontarsi con Bolk

 

Sarebbe interessante disporre di una autorevole recensione critica del lavoro di Bolk. È probabile che, dopo quarant’anni, molti dei suoi dati non reggano più la teoria e si spieghino diversamente; ma è altresì probabile che si siano trovati molti altri dati a suo favore. In ogni modo, ci troviamo di fronte a una teoria che, per la sua generalità e ricchezza di articolazione interna, non pare facilmente confutabile. Siamo convinti che se un biologo di grande ingegno la prendesse sul serio, troverebbe il modo di riproporla nella situazione attuale. Per lo meno, solo a quella condizione potrebbe dare una confutazione definitiva. Ma in biologia le confutazioni definitive sono rare. Comunque stia la cosa, ci interessa meno la verità scientifica in assoluto che non la capacità ermeneutica della teoria. La fisica di Aristotele può ben esser falsa come teoria scientifica; essa resta valida sul piano ermeneutico, quando si tratti di teorizzare l’interpretazione per cosi dire «animistica» della natura. Sotto questo aspetto essa non è né vera né falsa. È qualcosa di più profondo di ogni scienza: è «sintomatica» di un certo modo di essere dell’uomo, e quindi dice qualcosa circa la natura di questi. In sede di ermeneutica generale la teoria di Bolk trova alcuni importanti nessi con altre teorie, anch’esse di interesse generale. Elenchiamo senza preoccupazione di sistematicità alcuni di questi, fra i tanti che possono venire in mente.

 

Conseguenze teoriche I: il complesso di Edipo

 

1. Il complesso di Edipo – Per la psicoanalisi il «complesso di Edipo» resta qualcosa di indeducibile. Si tratta di un postulato; solo una volta che sia accettato, tutto il resto diventa comprensibile. I neo-freudiani han cercato di dedurre il complesso, ma sempre in base a nuovi postulati. Otto Rank parla di «trauma della nascita»; la Karen sposta il problema allo stadio pre-natale. Queste teorie sono servite a dare al problema un’articolazione più fine, ma non l’hanno risolto.


Qui la teoria di Bolk offre decisamente qualcosa di più. Il ritardo evolutivo dell’uomo comincia non dalla nascita, ma dal concepimento. La tesi della fetalizzazione significa anche che la nascita dell’uomo è essenzialmente prematura. Questo è un fatto noto da un pezzo. Ma ora il significato diventa ben più pregnante. Per ragioni fisiologiche (il volume del feto) l’uomo, a differenza degli animali, viene espulso dal ventre materno molto prima di poter sopravvivere coi propri mezzi. Anche negli uccelli e nei mammiferi succede qualcosa di simile. Ma la differenza quantitativa è talmente rilevante (da un mese a due anni), da costituirsi in «salto qualitativo». L’organizzazione sociale dell’uomo, per mezzo della famiglia o altre istituzioni, deve provvedere al neonato qualcosa come un sostituto del ventre materno. Il neonato è in realtà un feto abortito, che sopravvive in virtù di un sistema artificiale di sussistenza. Solo a due anni, e forse più, si può dire «nato» un nuovo individuo.


Questo deve avere un nesso col complesso di Edipo. Per sopravvivere, la madre è costretta ad abortire, a espellere il feto prima, molto prima che questi sia maturo abbastanza per mantenersi in vita da solo. Di qui la genesi particolare dell’amore materno «umano»: il suo carattere ängstlich (ansioso-angoscioso), che emerge nettamente su quello semplicemente fűrsorgend (del prendersi-cura) degli animali superiori. Esso deriva dalla colpa biologica dell’aborto. Gli ormoni inibitori della crescita, da cui dipende l’espulsione del feto anzi tempo, diventano così i veicoli per la trasmissione di un sentimento di colpa specificamente umano. Da parte del neonato, avviene la formazione di un complesso reciproco: il bisogno di regredire al ventre materno, la paura dell’essere esposto o left-behind. Qui il Trauma der Geburt assume ben altro significato che in Rank; e lo stesso dicasi dei ricordi dell’esperienza prenatale. Da notare che se il complesso edipico è deducibile da tutto questo, esso non ha più un significato sessuale. La connotazione sessuale diventa secondaria, e forse non solo nell’infante, ma anche nell’adulto. Il momento primario resta quello erotico dell’«unione» in una totalità perduta in séguito all’Entzweiung. Il complesso edipico non è un «complesso» ma piuttosto un «mito»: è il racconto della cacciata dall’Eden e insieme il paradigma di ogni regressione.

 

Conseguenze teoriche II: adolescenza come neotenia sociale

 

2. L’adolescenza come neotenia sociale – Un tempo una generazione si saldava immediatamente all’altra. Questo accade tuttora nelle classi sociali inferiori. Pervenuto a maturità sessuale, il figlio si sostituisce al padre o se ne distacca per assumere un ruolo affine. Ma nelle classi sociali superiori, il cui modello di vita oggi si estende a quelle medie e anche medio-inferiori, si dà un periodo di latenza sociale, fra la maturità sessuale e l’assunzione definitiva del ruolo di padre, che ormai assume i caratteri di un’età a sé: lo stato adolescenziale. Questo comprende vari ruoli sociali, ma tutti non-paterni: che vanno dallo studente al play-boy, dall’inadattato al delinquente giovanile, dal ribelle «eroico» al teppista, &c. Il fenomeno presenta insieme caratteri positivi e negativi; ma qui non ci interessa il giudizio moralistico. L’importante è rendersi conto che lo stato adolescenziale, data l’enorme dilatazione che ha assunto nel tempo (oltre dieci anni) e nello spazio sociale (ormai comprende anche le classi inferiori), sta configurandosi come un vero e proprio «salto qualitativo» dell’organizzazione sociale. Esso non serve più, come un tempo, a mediare fra la vecchia e la nuova generazione; anzi diventa un ostacolo per la «maturazione» sociale. (Dove con maturazione si deve intendere lo sviluppo della fase finale, quella in cui l’adolescente rinuncia alla giovinezza per assumere il ruolo di padre secondo gli schemi ereditati).


Non è perciò azzardato pensare allo stato adolescenziale in termini di neotenia sociale. Esso si può caratterizzare attraverso il rifiuto del ruolo di padre. (Ciò vale anche per le donne, beninteso; anche se qui la questione è più complessa: può andare dal puro e semplice rifiuto, in blocco, della maternità, a quello più complesso del rifiuto della Fursorge, il ruolo paterno della maternità). Quanti sono, anche fra noi adulti, gli «immaturi» in questo senso? Cioè coloro che, potendo, hanno organizzato la loro esistenza in funzione di un’eternizzazione dello stadio adolescenziale? Quel che per gli altri è stato o è solo uno stadio, qui diventa uno stato sociale. Ed è vissuto con un sentimento di colpa nuovo rispetto a quelli già intrinseci alla normale condizione umana. Ma forse che questo autorizza a un giudizio negativo? L’immaturità sociale rispetto a un certo tipo di società può esser la condizione per un nuovo tipo di società, con altri canoni di maturità «neotenica». Al senso tragico del «disagio nella civiltà» corrisponde quello, altrettanto tragico e simmetrico, del «disagio nell’irresponsabilità». L’uno vale l’altro, da un punto di vista morale. Solo i risultati di questo nuovo «ritardo evolutivo» potranno dirci, alla fine, chi aveva ragione.

 

Conseguenze teoriche III: il disagio della civiltà

 

3. Il disagio nella civiltà – In Eros e civiltà e anche altrove Marcuse tenta il recupero in chiave marxistica della «meta-psicologia» di Freud. Un tentativo generoso ma che, a un certo punto, deve dichiarare i suoi limiti; in altre parole, il fallimento. Sulle linee indicate da Marcuse non si può più andare avanti. La sua critica al «revisionismo neo-freudiano» (Jung, Adler, Sullivan, Horney, Fromm) finisce a un certo punto nella «fallacia di S. Bruno», per dirla con Marx. Nella prospettiva tragica, senza uscite dell’Uomo unidimensionale anche la critica «assoluta» di Marcuse può essere assimilata al revisionismo neo-freudiano. Le uniche critiche valevoli sono quelle che producono un atteggiamento diverso.


La critica a Freud è giusta. Freud ontologizza indebitamente lo stadio attuale della condizione umana. Non è capace di vedere il condizionamento storico del dato biologico. Ma forse che Marcuse è in grado di spiegarlo? Egli si limita a postulare dialetticamente l’interazione fra bios e polis. Con questo sistema di ragionamento la tesi, anche se giusta, resta puramente qualitativa e per di più inarticolata. Non stupisce pertanto rilevare come le conclusioni ultime siano tragiche, cioè senza uscita e quindi alla fine conservatrici. L’ironia tragica di Freud fa giustizia anche dei suoi più inflessibili revisori.


Qui la teoria di Bolk ha molto più da dire che non la critica di Marcuse. L’«animale uomo» è sociale «per natura» fin dall’attimo del suo concepimento. Alle radici del complesso edipico si ritrovano i veicoli che rendono comprensibili in maniera scientifica o per lo meno molto più articolata che in una qualsiasi dialettica d’interazione i fattori dell’antropogenesi. E giova osservare come in questo contesto diventino ben più significativi gli spunti antropologici di un Géza Róheim. Le conoscenze biologiche di cui dispone Freud non gli consentono di tenere obiettivamente altro discorso. L’uomo è condannato a esser civile; ma la civiltà lo rende infelice. Nei confronti della fisiologia di un Bernard, di un Müller o di un Fechner (per quanto riguarda la fisio-psicologia), l’unico passo avanti è quello di Bolk. Che cosa avrebbe saputo trarre l’autore di Al di là del principio del piacere (che è un tentativo di confutare quella fisiologia o, meglio, la filosofia in essa implicita) da una teoria del genere? Ecco una fantasticheria su cui non è forse inutile lasciarsi andare.

 

Conseguenze teoriche IV: adattamento

 

4. L’adattamentoLa critica più urgente è quella della nozione di «adattamento». Essa è collegata alla critica strutturalistica del funzionalismo. Riflessologia e comportamentismo confluiscono oggi nella teoria neo-comportamentistica dell’«apprendimento»: la learning theory. Questa ci spiega che il comportamento più intelligente è quello meglio adattato all’ambiente, sia esso naturale o sociale. La teoria ha il difetto di spiegare solo una metà della questione, e precisamente quella più banale: l’adattamento dell’uomo all’ambiente; ma non la reciproca, l’iniziativa umana per cui l’ambiente viene adattato alle nostre esigenze. La teoria dell’apprendimento rende ragione dell’intelligenza mediocre, o conformistica; non dell’intelligenza creativa, quella che inventa un nuovo sistema di rapporti. La teoria dell’apprendimento, quindi, non è una «teoria» ma piuttosto un’ «ideologia»: essa tende a promuovere una specie di atteggiamento e di comportamento, quello dell’integrazione, a spese di un altro, potenzialmente eversivo rispetto al primo.


Ma la critica alla nozione di adattamento, quando si rifà a concetti come gli «stimoli-segnali supernormali» o i «meccanismi attivatori innati», va indubbiamente oltre lo scopo. Non si può controbattere il cattivo empirismo dell’adattamento funzionale con le risorse dell’apriorismo innatistico. Questo è ben peggiore. Una critica del genere può esser mossa a tutte le tendenze strutturalistiche, che sostituiscono l’apriori dell’innatismo con quello del codice prefissato. In ultima analisi, la si può fare anche a certe affermazioni di Bolk: per es. là, dove insiste unilateralmente sulla «legge biologica» di Naegeli. Ma evidentemente egli voleva soltanto metter fuori uso le spiegazioni funzionalistiche correnti a suo tempo. In ogni caso, qui ci interessa sottolineare l’incongruenza che si stabilirebbe fra la sua critica all’evoluzionismo, se presa in assoluto, e la sua teoria generale del ritardo evolutivo. Solo quest’ultima può render ragione del fenomeno dell’«iper-adattamento» (dell’adattamento a sé dell’ambiente, e non solo di sé all’ambiente). Questo fa tutt’uno con l’evoluzione per regressione neotenica. O, ciò che fa lo stesso, della ristrutturazione attraverso una preliminare destrutturazione. Anche in Bolk non si dimentichi che la destrutturazione si spiega funzionalmente. La sua teoria è strutturale, ma solo nel senso che cerca di render ragione con argomenti non funzionali del modo in cui i fattori esterni dell’evoluzione possono infine agire come fattori interni.


La neotenia è il veicolo di ogni rivoluzione.

 

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Pubblicato Thursday 19 October 2017

Modificato Saturday 27 October 2018


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