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Giorgio Agamben


Giorgio Agamben è senz'altro una delle figure di maggior spicco all'interno del panorama filosofico contemporaneo. Laureatosi nel 1965 in giurisprudenza, ha insegnato presso le univeristà di Macerata e di Verona, per poi concludere la sua carriera accademica all'Istituto Universitario di Architettura di Venezia (IUAV).

Le ricerche di Agamben si configurano come un tentativo di ripresa tanto delle indagini archeologiche di Michel Foucault quanto di quelle ontologiche di Martin Heidegger. Accogliendo la teoria foucaultiana del biopotere, Agamben ha cercato di mettere a fuoco quale possa essere, oggi, una vita felice; una vita che, consapevole della presa dei dispositivi di potere sul corpo, riesca a situarsi in una zona d'indistinzione tra il mero biologico dei sapiens e le istituzioni che li dispongono a precise modalità di azione. Nei suoi termini: una vita che riesca a stanziare nella zona di transito tra la zoê (una vita umana semplicemente tale, ancora non qualificata) e il bíos (una esistenza umana culturalmente qualificata).

Il tema, nelle sue linee generali, rappresenta il punto centrale di una qualsivoglia teoria delle istituzioni. Di una teoria delle istituzioni che, non pretendendo collocare queste ultime al di fuori dei corpi (come nel più volgare contrattualismo, o nelle elaborazioni del potere come esclusivamente statale), cerchi di comprendere quali siano i margini di azione degli individui all'interno del processo che li rende, da vita biologica, vita culturalmente qualificata. La via scelta da Agamben è quella di cercare di pensare una "forma-di-vita", ovvero una esistenza biologica che però non sia più in niente disgiungibile dalla sua forma storica. È questo il punto d'onore, in ogni senso cruciale, almeno dell'intero ciclo "Homo sacer", avviato nel 1995 con Homo sacer e concluso ("abbandonato", come dice l'autore) nel 2014 con L'uso dei corpi.

 

Marco Valisano

 


La nostra è una specie divisa, che per definirsi deve separare animalità e umanità. Agamben non tenta qui di trovare una nuova articolazione delle due componenti, ma di pensare una vita che possa esser vissuta nello iato che le separa.