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Esiste il libro grande, citato, che ha una sua storia da far circolare. Esiste il libro piccolo, sciatti natali. Vi è, infine, il libro medio, intermedio, informato, non inutile. Riscoprire un libro del genere, a volte, è come spolverare vecchi volumetti quasi buoni a niente, casuali regali di una qualche bancarella che frequentavamo mille anni fa, quando eravamo il "me" che ancora aveva tempo di andare a passeggio. Eppure, però, lo comprammo...

 

Questo testo di Franco Cassano del 1989 non è un testo imprescindibile, pertanto si potrebbe fare a meno di leggerlo, se non fosse che, al suo interno, si nascondono accenni di riflessione che è necessario riportare all'attenzione del lettore contemporaneo, adesso. Devo aggiungere che nel riscoprire il valore di questo libretto, forse, non faccio un torto all'autore. Si, perché questo libro, a buon diritto finito nella mia personale rassegna delle utilia, è insieme uno stallo e una falla. Ma questo l'autore già lo sa: «Questo libro nasce da una forma di irrequietezza [...], da una sorta di strana indulgenza con alcune parti di se stesso, da una sospensione rispetto ai confini rigidi di una disciplina e da un lasciarsi andare con la fantasia». Perché dunque non lasciare da solo questo testo, che altro non vuol essere se non «una sorta di resoconto di un'ossessione dell'autore nella forma di una fenomenologia della coscienza»? Questo non vuol essere un testo accademico, è vero, ma il tema affrontato è scandaloso, "la difesa dell'identità", e pertanto merita una analisi che sia rigorosa.

 

Cassano ci propone alcuni «esercizi di esperienza dell'altro», come recita il sottotitolo del volume, che non possiamo ignorare, ma che così, nella forma in cui l'autore ce li propone, spesso mancano di una prospettiva teorica radicata e incontrovertibile. Obiettivo dell'opera è dimostrare l'opportunità e la reale possibilità di una convivenza pacifica tra «l'assoluta trascendenza dell'altro» e i «meccanismi di difesa dell'identità» del noi, la "approssimazione" appunto, nei termini di una "scappellata" garantita dall'ipotetica esistenza di una «volontà di impotenza» cui l'animale umano avrebbe accesso, se solo volesse (p. 9). Entriamo nel dettaglio.

 

Quel che è giusto è giusto. La premessa basilare, che fonda e sostiene il testo di Cassano è sacrosanta: bisogna prendere atto della relatività biologica delle categorie (cfr. von Uexküll 1967). E' il nostro sistema percettivo la reale soglia che ci separa dal fuori e che permette di "creare" ciò che sta dentro. Di qui l'impianto del libro, che è dedicato a rendere evidente questa premessa attraverso la comparazione dei diversi sistemi percettivi e dei diversi “ambienti”(Umwelten; cfr. Plessner, 2010) che scaturiscono come risultati dei differenti modi di percepire gli stimoli esterni: «L'universo reale è molto più vasto di quello che cade sotto i nostri sensi, siamo miopi nel decretare la nostra bolla di sapone [il nostro Umwelt] onnicomprensiva» (p. 20).  Ma, è chiaro, all'orizzonte, oltre la comparazione interspecifica e indipendentemente dallo sguardo benevolo dell'autore, il problema resta immutato, tale e quale, entro i suoi apparenti confini di realtà incomprensibile: «l'altro con le sue forme, con i suoi suoni, con i suoi riti ci mette in discussione ad un livello di profondità che non è retorico definire “radicale”, ci rinvia la terribile sensazione della nostra contingenza, la possibile accidentalità di ciò che siamo, di ciò cui teniamo, la nostra insuperabile finitezza di specie, collettiva, individuale» (p. 8). Insomma, l' «altro», col suo essere una forma di vita apparentemente alternativa alla nostra, ci ricorda l'accidentalità definitiva che ci caratterizza in quanto appartenenti a una e una sola (solo una) comunità tra le altre

 

Chiaro il problema, ma la soluzione non si cerca né si trova davvero, in questo libro. Certo Cassano centra il punto quando si incarica di contestare energicamente l'antropocentrismo occidentale e quando tenta di mostrarci la via di un percorso di sradicamento dal centro e autorelativizzazione. Come ho detto sono questi accenni di riflessione che è necessario riproporre al lettore contemporaneo adesso. Ed ancora mi si potrebbe dire, a ragione, che l'autore si è accorto che  l'unilateralità è insuperabile e che nessuna antropologia ottimistica può stare lì a garantirla. Ma, allora, che fare? Ecco la soluzione proposta da Cassano: «[...] scegliere di scoprirsi [il capo]»(p. 9), con buona pace di Giuseppe di Vittorio, inchinarsi signorilmente al "diverso", come a dire «si faccia quel (poco) che si può, noi galantuomini»; del resto scoprirsi il capo «è anche un gesto fortissimo e infalsificabile pur nella sua apertura e disponibilità: la superiorità etica di un essere non sta nel suo sovraordinarsi teorico o pratico rispetto ad altri, ma tutt'al più nella capacità, anche unilaterale, di obbligarsi» (p.9, grassetto mio).

 

Ecco la falla, ecco lo stallo: l'autore si rende conto del fatto che le pratiche linguistiche e rituali tipiche di una specie come la nostra, specie esonerante, sono l'unica materia di cui il mondo umano è realmente fatto. Sa che là fuori, oltre il nostro naso, fuori dei nostri sensi, non resta altro che un profluvio di stimoli insignificato, per nulla somigliante alle fattezze della gabbia linguistica dell'etica propria della nostra cultura e che, da etnocentristi, reputiamo essere  il nostro unico orizzonte e anche il migliore dei mondi possibili. Ma, invece che spronarci a “parlare” le nostre istituzioni tutte umane, cioè a riscrivere le regole del gioco, tentando di rinegoziare gli assunti teorici/etici alla base delle nostre credenze occidentaliste e orientaliste, ci propone un'altra etica, per lo più paternalista e blanda, l'etica del “passo indietro”. Proporre l'"autolimitazione" equivale a misconoscere il peso della nostra “cosmologia”, motore propulsore dell'etnocentrismo che Cassano stesso mostra di criticare. Il testo prospetta, in definitiva, non molto di più che una possibilità di operare, sempre in proprio, come dire a nostre spese, uno sradicamento dal centro; di apprendere bonariamente, cioè come si confà al buono, la sistematicità di ciò che non si può concepire. Questo è il movimento di approssimazione auspicato da Cassano: stare al margine della propria cultura (pp. 111-113). Bisogna andare incontro all'altro perché questi non è in grado di fare altrettanto verso di noi. Esercizi di esperienza dell'altro ad uso e consumo del signore.  Questo libro, sostanzialmente, ci inchioda ad una prospettiva che non fa le cose, detona e, forse non a caso, rovescia, in virtù dell'ortodossia, il suo naturale opposto: la blasfema formula nietzscheana.

 

Sotto all'impianto informato di Approssimazione resta la prospettiva puramente occidentalistica e entocentrista travestita da etica del "passo indietro" e di un arcaizzante cerimoniale della “deposizione dell'elmo”. Noi l'Ettore eroico che muore. A noi la gloria, in sostanza. Il piano dovrebbe ribaltarsi, e, invece, ciò che resta tra le pagine conclusive del testo sono argomentazioni solite contra solite critiche: una macchina teoretica che serve ad ancorare la discussione polemica, a schiacciarla tra due (soli) poli, così che almeno non si vada troppo lontani mentre le cose continuano a girare allo stesso modo, poggiate alla base, su se stesse, come abitassimo un mappamondo logoro, vecchio, inutile.

 

Erika Petrocchi

 

Cassano, Franco (1989) Approssimazione. Esercizi di esperienza dell'altro. Bologna: Il Mulino, pp. 156.

 

Bibliografia e riferimenti

Pubblicato venerdì 28 luglio 2017

Modificato mercoledì 1 marzo 2017


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