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Il titolo di questo libro e la sua ridotta mole rischiano d'ingannare, o per lo meno hanno ingannato me. Lo pensavo un libruccio riassuntivo, un accessibile bignamino. È invece composto di due scritti piuttosto ostici per chi si avvicinasse di bel nuovo a questi argomenti. C'è molto di non detto, non vi viene articolato in maniera sistematica nessun sistema teorico. Per chi avesse l'intenzione di approcciarsi all'antropologia filosofica, fosse in generale o di questo singolo autore, non mi pare sia il primo libro su cui varrebbe la pena soffermarsiRisulterebbe inevitabilmente oscuro. Per chi però abbia già un'idea di cosa si stia parlando, vi sono righe che possono riservare spunti interessanti. 

 

Con il primo dei due scritti selezionati dal curatore e traduttore Oreste Tolone, viene offerto al lettore un piccolo sunto di quali siano i punti teorici essenziali dell'antropologia filosofica. Uno su tutti, com'è noto: l'animale umano, essendo un vivente privo di nicchia ecologica biologicamente predefinita, ha l'onere di costruirsela, ed è pertanto un animale costitutivamente aperto verso un processo di significazione. Questo significa che per i sapiens niente è significativo per definizione ma qualsiasi cosa lo è potenzialmente, e che siamo inesorabilmente presi in questo compito di continua creazione dell'ambiente. È a questa condizione del vivente umano che Plessner fa riferimento quando parla di posizionalità eccentrica: la nostra specie non ha una stabile posizione al centro del suo ambiente, ma costitutivamente la eccede.

 

Mi pare valga la pena, partendo da questo nodo centrale, di scrivere due brevi appunti sul panorama che Plessner traccia in questo primo scritto. Su due punti, sostanzialmente. Il primo: obiettivo dell'antropologia filosofica è l'indagine dell'intreccio tra la variabilità storico-sociale delle forme di vita umane e l'invariante biologica incarnata dalla nostra costituzione corporea (tra, per capirsi, l'ominide uguale sempre e dovunque e l'uomo storicamente collocato). In un panorama che come quello odierno è «gremito di naturalisti ciechi alla storia, nonché di storicisti che aggrottano il ciglio se solo si parla loro di natura» (Virno 2006, pp. 147-148), cercare di compiere una simile ricerca è già un progetto innovativo, e utile come niente altro alla comprensione di fenomeni a noi contemporanei nei quali si dà a vedere chiaramente l'intreccio tra storia sociale e invariante biologico (un esempio su tutti: la mercificazione delle facoltà dei sapiens in luogo di quella dei prodotti dell'umano lavoro).

 

Il secondo: Plessner ribadisce la costituiva apertura dell'animale umano per affermare l'insondabilità dell'uomo, il quale rimarrà sempre un problema aperto. Già il fatto che non vi sia risposta alla questione "uomo", scrive, è una risposta. Questa presa di posizione prepara quello che l'autore scriverà nelle conclusioni di questo primo scritto: «È qui che si rivela il vero fine filosofico dell'antropologia filosofica: limitare il potere dell'uomo ampliando al massimo la consapevolezza della sua insondabilità e incertezza riguardo all'origine del suo futuro, per fare di nuovo spazio alla fede nell'uomo» (p. 76, corsivi miei). Plessner getta qui la polvere sotto il tappeto, soprattutto se si pensa che queste righe vengono pubblicate nel 1937, dopo che l'autore, di origine ebraica, era stato costretto a lasciare la Germania. È importante rilevare che è proprio la costitutiva apertura dell'umano a essere responsabile del divenire storico, e quindi di ogni vicenda storico-sociale. Stando così le cose è fin troppo facile vedere come non necessariamente questa caratteristica dei sapiens porti le comunità umane verso i "domani che cantano", verso paradisi in terra. Infatti, è partendo da questa medesima base concettuale (insondabilità e apertura) che Gehlen, altro padre dell'antropologia filosofica, prende partito per la necessità di uno Stato totalitario, che gestisca e governi, che dia forma a questa cronica instabilità degli umani. L'uomo, argomenta Gehlen, necessita di una stabilizzazione che, per l'appunto, biologicamente gli manca, a causa di un fisiologico eccesso pulsionale; stabilizzazione raggiungibile attraverso, letteralmente, un addestramento, un allevamento controllato, un governo al modo delle bestie (il termine che Gehlen utilizza è Züchtung, che significa propriamente "allevamento"). Le conclusioni speranzose di Plessner rischiano d'essere quanto mai vaporose. Per uscire dall'alternativa tra fede nell'uomo (assai mal riposta) e sua spoliticizzazione attraverso il governo dello Stato centrale (assai inquietante), è necessario seguire una via tutt'affatto diversa: rivendicare la pericolosa instabilità dell'animale umano per arrivare sostenere, proprio perciò, l'inadeguatezza di ogni modello politico volto alla spoliticizzazione della comunità (cfr. Virno 2010, specialmente pp. 151-161).

 

Il secondo scritto mostra un interesse tutto particolare. Si tratta di un testo tardo (1973), in cui Plessner cerca di regolare i conti con le critiche che sono state, a suo tempo, rivolte all'antropologia filosofica da Heidegger. Il modo in cui l'autore cerca di mettere fuori gioco la critica heideggeriana (la quale all'ingrosso recita: l'ente particolare è articolazione dell'essere in generale, e il problema dell'esserci dell'uomo, del suo essere-nel-mondo, va risolto pertanto su un piano ontologico e non su di uno ontico) è acuto. La domanda per Heidegger nodale, ovvero come avvenga che l'essere si articoli in enti, viene da Plessner così ribaltata: «La dimensione dell'esistenza poggia unicamente sulla vita fisica legata al corpo? […] La domanda suona piuttosto così: cosa permette a un corpo vivente di far sì che vi sia un'esistenza? […] Le visioni delle essenze, dopo l'avvento di Platone, possono venire interpretate ontologicamente. Con questo, però, non gli si può attribuire un'ipostatizzazione dell'idea. […] Bisogna pertanto azzardare la tesi: la vita contiene l'esistenza come una delle sue possibilità» (pp. 94-96). L'esistenza in generale, l'essere, diviene in tal modo una delle possibilità della vita in genere, e non viceversa; vi è dunque qualcosa, già nella costituzione biologica dell'uomo, che permette il venire in essere di un concetto generale di esistenza.

 

È facile vedere come la questione stia qui divenendo di natura linguistica, perché l'essere che sorge dall'ente non può essere altro che un concetto, ovvero un prodotto linguistico. Difatti Plessner scrive: «Il linguaggio è la casa dell'essere. Noi possiamo impadronircene, quando il linguaggio ce lo permette. Resta solo da chiarire se la cosa interna all'orizzonte del linguaggio, ovvero la cosa pensata in forza della verbalizzazione, riveli l'essere o l'ente» (p. 99). Entrambi, potremmo rispondere. Per usare due concetti chiave della teoria plessneriana, ovvero corpo e corporeità, possiamo dire che la presa di parola da parte del locutore rivela certo sia la corporeità (Leib), ovvero il fatto che vi sia un corpo materiale capace di produrre e articolare fonemi, che il corpo (Körper), inteso come la possibilità di avere percezione della propria corporeità, di instaurare un rapporto soggetto-oggetto con il corpo che, in realtà, si è. Una situazione di distacco, questa, che ci è permessa ed anzi imposta dal fatto d'essere animali parlanti. Se però Plessner fa bene a tirare in ballo la nostra facoltà di linguaggio parlando dell'essere, mi pare si sbagli quando vuole far derivare l'essere direttamente, senza mediazioni, da questa facoltà. Se, come sostiene, il linguaggio fosse la casa dell'essere e questo ci si darebbe senza controindicazione alcuna; se avessimo accesso diretto all'essere, dico, conosceremmo il reale senza colpo ferire, pienamente, senza nessuna divisione al suo interno. Inoltre, se così fosse, non si capisce per quale motivo il linguaggio possa, quando lo voglia, permetterci di impadronirci (come Plessner scrive) dell'essere: che significa? E quando, in quali circostanze linguistiche, l'essere ci si dà? E quando e perché invece no? È dunque necessaria un'ultima considerazione, e l'accenno a un problema assai più vasto.

 

Scrive Saussure: «[…] nella lingua non vi sono se non differenze. Di più: una differenza suppone in generale dei termini positivi tra i quali essa si stabilisce; ma nella lingua non vi sono che differenze senza termini positivi» (Saussure 2005, p. 145). Una simile assenza di termini positivi porta a ribaltare la tesi di Plessner: la lingua è la patria del non-essere, e il mondo ci si darebbe a vedere pertanto attraverso una fondamentale negazione (cfr. Virno 2013). L'essere è cosa estremamente sfuggente proprio perché non possiamo conoscerlo, ma solo evocarlo senza posa né esito attraverso la sua negazione.

 

Marco Valisano

 

Plessner, Helmuth (2010) Antropologia filosofica. A cura di Oreste Tolone. Brescia: Morcelliana, pp. 168.

 

Bibliografia e riferimenti

  • Agamben, Giorgio (2002) L'aperto. L'uomo e l'animale. Torino: Bollati Boringhieri.
  • De Carolis, Massimo (2008) Il paradosso antropologico. Nicchie, micromondi e dissociazione psichica. Macerata: Quodlibet.
  • Mazzeo, Marco (2013) Verso un'antropologia linguistica: introduzione, proposte. In «RIFL», vol. 7, n° 2, pp. 1-7.
  • Ontologico/ontico. Voce in Dizionario di filosofia Treccani.
  • Rasini, Vallori (2010) Perché un'antropologia filosofica: le ragioni di Helmuth Plessner. In «Etica & Politica», XII, 2, pp. 164-177.
  • Saussure, Ferdinand de [1916] (2005) Corso di linguistica generale. Trad. di Tullio De Mauro. Bari: Laterza.
  • Uexküll, Jakob von [1956] (1967) Ambiente e comportamento. Tra. Paola Manfredi. Milano: Il Saggiatore.
  • Virno, Paolo (2006) Promemoria su Ernesto De Martino. In «Studi culturali», anno III, n° 1, pp. 147-158.
  • Virno, Paolo (2010) E così via, all'infinito. Logica e antropologia. Torino: Bollati Boringhieri.
  • Virno, Paolo (2013) Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica. Torino: Bollati Boringhieri.

Pubblicato giovedì 21 settembre 2017

Modificato mercoledì 1 marzo 2017


Marco Valisano

Marco Valisano

Nato a Firenze nel 1987, dopo anni persi spesi in varie facoltà universitarie ho conseguito una laurea triennale in storia nel luglio del 2013. Non contento di aver raggiunto simile traguardo vicino all'età pensionabile ...


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