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Spesso i libri che ci passano tra le mani li crediamo soli al mondo, soprattutto se sono sprovvisti di un titolo altisonante e viaggiano senza un patronimico di rango passepartout.  Errore. Molti di loro, pagine piccole e provinciali, figlie di animali da dipartimento universitario, sono inseriti insieme a tanti altri in una lotta intestina che si combatte tra le discipline in lizza per un posto al sole. Un diverbio più da "Vita Agra" che di stampo omerico quello d'ateneo... condotto con la ragione dei manuali. 

 

Questo è un libro che ha la pretesa di indicarci dove è necessario orientare lo sguardo. Ogni “manuale” che professi, più o meno esplicitamente, intenti didattici, in realtà, ha lo scopo di organizzare, secondo una logica niente affatto neutrale, l'insieme di nozioni “basilari” che formano la costellazione disciplinare che essi dicono di voler semplicemente presentare al lettore nelle vesti di un testo “oggettivo”, accessibile a tutti e non troppo pretenzioso (cfr. Giunta, 2016Guerriero, 2016). Il “manuale” esige che ci si fidi di luiOra, il punto è che la logica del fabbricante di manuali non è affatto neutraleInfatti, se così non fosse, come si spiegherebbe la proliferazione incontrollata di manuali tutti impegnati a trattare la storia di una stessa disciplina? Quanti manuali esistono di antropologia culturale? E di storia medievale? La questione non è secondaria: occorre chiedersi, di volta in volta, quale sia lo scopo sotteso alla costruzione del manuale che ci troviamo tra le mani. Scrive Foucault ne L'archeologia del sapere: «Bisogna rimettere in questione queste sintesi belle e pronte, quei raggruppamenti che in genere si ammettono senza il minimo esame, quei collegamenti di cui si riconosce fin dall'inizio la validità; bisogna scalzare quelle forme e forze oscure con cui si ha l’abitudine di collegare tra loro i discorsi degli uomini; bisogna scacciarle dall'ombra in cui regnano. E, piuttosto che lasciarle prosperare, accettare di avere a che fare, per ragioni metodologiche e pregiudiziali, soltanto con una folla di avvenimenti sparsi» (p. 30).

 

Il nostro testo, qui, è senz'altro annoverabile tra i manuali: i temi principali (presentazione sintetica della storia e delle nozioni basilari della disciplina) sono trattati sommariamente, opera di uno spirito quieto e tranquillo. Al di là dell'intento compilativo, ad ogni modo, la vis polemica, lungi dall'essere semplicemente assente da questo libro, strategicamente si svela in corrispondenza delle “istanze di crisi”, le chiamerei così, che informano il testo, i luoghi, cioè, in cui l'argomentazione si fa più fragile e "interessata": parliamo di quello che si chiama principio di utilità, muro portante dell'edificio dell'opera. La questione della storia della disciplina è, come dire, risolta tutta entro i limiti delle pagine 11-14, il cui scopo pare essere quello di proporci un breve ma esauriente schizzo di quali e quante discipline hanno contribuito a strutturare la nozione di “sensi”, di cui l'Antropologia dei sensi, appunto, si occupa. Capostipite sommo (come sempre) è Aristotele, cui possiamo far risalire la divisione dei sensi in cinque. Ma anche gli illuministi e i fenomenologi si sono occupati della questione «fino a sviluppare un orientamento denominato sensismo» (p.11), in sostanza un insieme di discipline diverse riunite dal fatto di aver messo al centro dei propri interessi i sensi. A dominare il campo, però, sarebbero state le scienze mediche, con la fisiologia, a partire dagli studi anatomici del Rinascimento. Poi la fisica, la chimica, la psicologia, la psichiatria fino al «recente cognitivismo, [che] con la sua ossessiva attenzione alle “informazioni”, [...] non poteva dal canto suo ignorare che i messaggi giungono all'uomo attraverso l'attività sensoriale» (p.11). Infine, oggi l'attenzione è incentrata sul cervello, luogo in cui le percezioni avvengono; le neuroscienze pertanto risultano essere le protagoniste assolute, insieme alla bionica e alla robotica umanoide, che cercano di replicare le funzioni sensoriali umane sia per addentrarsi nella conoscenza del loro funzionamento, sia nella speranza di arrivare ad estenderne le potenzialità. Procedendo nella lettura, comunque piacevole e lieve, scopriamo che le nozioni basilari sono abbozzate, e lasciate alla mercé di paragrafi dai titoli fluttuanti come «I luogi del sentire» o «Enfaunt savauges e altri casi»; gli esempi sono frettolosi, seppur interessanti e sistemati là dove dovrebbero stare. Molti concetti sono messi a tema correttamente, in modo spassionato e asciutto, e come lettura estemporanea la consiglio convinta: l'autore ha ben chiaro il ruolo della lingua (e quindi del linguaggio) nella strutturazione del pensiero umano (p. 101); la capacità del controllo normativo sociale di agire anche su meccanismi fisiologici non intenzionali, bloccandoli (p. 103); le forme/formule che risultano dal processo di addomesticamento dei sensi: norma igienica, codice morale, legge politica, consuetudine, segno di appartenenza di gruppo, etichetta o stile personale (p. 110).

 

Dire questo, però, non è dire tutto. Quella che l'autore ci presenta è una rassegna delle discipline blasonate che possono vantare il diritto di dir la propria sui “sensi”, con lo scopo di arrivare a definire tra queste che ruolo abbia, ancora oggi (questo è il punto), l'antropologia, e nello specifico, l'antropologia culturale. E' chiaro, il problema è la difesa di uno spazio territoriale legittimo, vitale e necessario alla proliferazione della disciplina “antropologia” in quanto tale, cioè in quanto disciplina (col suo dovuto apparato di targhe, dipartimenti universitari, pubblicazioni, fondi per la ricerca da centellinare e così via). Come prima mossa si argomenta a favore della necessaria esistenza della disciplina in questione: «Rifuggendo da astrazioni filosofiche, l'indagine antropologica si focalizza su aspetti particolari del vissuto umano, per approfondirli, in un approccio che fonde l'osservazione empirica all'empatia, cercando di cogliere dietro alla diversità delle situazioni personali e delle condizioni sociali il senso di una comune appartenenza esistenziale» (p. 91). Successivamente la difesa territoriale prevede di necessità l'identificazione di un nemico nell'alterità specifica di chi minaccia il territorio: «In mancanza di interlocutori, i neuroscienziati rischiano di cadere in avventurose ipotesi, simili a quelle avanzate in passato dagli antropologi – come avvenne con l'evoluzionismo sociale -, di fronte all'esigenza di interpretare l'origine di ciò che essi trovano depositato nel cervello» (p. 13). Infine, la frattura evidenziata va ricomposta: «[…] il contributo delle conoscenze etnografiche potrebbe essere particolarmente importante, per evitare vaghe generalizzazioni che finirebbero per dare un quadro meccanisticistico di processi che sono per loro natura molteplici e mutevoli, aperti a una continua interazione con l'ambiente esterno e in costante rielaborazione interiore» (p. 13; cfr. anche Marazzi, 2010).

 

Tra la selva di accuse e rimandi, tra la ricerca del posto al sole e le legittimazioni di varia natura più o meno abbozzate, risalta in controluce, a mo' di effetto collaterale dei rapporti di produzione odierni, uno fra i principali problemi epistemologici del nostro "tempo": la necessità di interdisciplinarità (principio a fondamento delle scienze cognitive). Malgrado la volontà dell'autore di tirare le briglie al dibattito e riportarlo  nei ranghi del "c'è posto per tutti", pare comunque impossibile anche per questi ignorare, in sostanza, la più radicale denuncia dell'impossibilità di procedere più a fondo nella conoscenza avvalendosi di un unico set di paradigmi sperimentali e assunti teorici, cioè di una sola disciplina. Scrive Marazzi a pagina 13: «Nell'affrontare la questione dei sensi di cui l'uomo è dotato, ci siamo resi conto di quanto fosse necessario oltrepassare i confini della nostra disciplina - l'antropologia culturale - e confrontarci con altri approcci e altre problematiche». È in questione il mantenimento in vita di una divisione ferrea tra le discipline che però non accenna minimamente a cadere, e questo pare piuttosto un problema extra-teorico. Non si tratta qui di scegliere quale tra le discipline buttare giù dalla torre, non si tratta di deprezzare l'apporto delle ricerche etnografiche e antropologiche nello specifico, bensì di fare (ri-)entrare dalla finestra ciò che dibattiti “poco consapevoli” rischiano di far uscire dalla porta: il rapporto materiale imprescindibile tra potere e sapere, della cui esistenza è bene non dimenticarsi mai.

 

Erika Petrocchi

 

Marazzi, Antonio (2010) Antropologia dei sensi. Da Condillac alle neuroscienze. Roma: Carocci, pp. 204.

 

Bibliografia e riferimenti

Pubblicato mercoledì 23 agosto 2017

Modificato sabato 22 aprile 2017


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